L’albatro

Il 20 gennaio 2008 scrivevo il mio primo post su L’Albatro, un blog che avevo aperto su Splinder. Lo avevo aperto per fare un tentativo, un esperimento: qui sul Tubero mantenere le cazzate, i discorsi su tutto ma soprattutto su me stesso; là su L’Albatro tentare, in anonimato, di scrivere qualcosa di un pochino letterario.

Non so se il mio esperimento sia riuscito, anche perché il mio entusiasmo è poi pian piano diminuito fino a minimi storici. E questo nonostante una battaglia tra blog e blogger davvero entusiasmante (storia di un inverno con insulti reciproci). Comunque, L’Albatro era su Splinder e adesso Splinder chiude i battenti, anche se permette di mantenere i contenuti e di metterli su un nuovo blog. E io, siccome non ho voglia di aprire un terzo blog, ho deciso di mettere qui quelli che mi sembrano i post migliori. Se qualcuno li vuole, può darci un occhio.

Merita solo per il fatto che ho scritto la poesia più bella e più d’amore che abbia mai scritto per la persona più speciale che conosco: s’intitola C.

 

E POI? (postato 22/06/2011)
Era una situazione paradossale. Come uno che corre e corre per arrivare prima e, quando è arrivato, si chiede se sia poi valsa la pena di correre tanto.
Anche lui la stava vivendo. No, non era la prima volta: l’insicurezza era sua fedele compagna da quand’era piccolo, aveva riempito quaderni scrivendo di quello che lei gli metteva addosso (colpa di sua madre o di suo padre? di un’istintiva vegogna o di un carattere? Ma poi il carattere che cos’è?) accorgendosi alla fine che era abbastanza inutile perché smascherarla l’aveva già smascherata, e continuare a chiedersi perché sarebbe stato come scoprire in che modo uno si è preso l’aids: poco conta sapere come se ora ce l’hai. Meglio conviverci – con l’insicurezza, mica con l’aids.
Comunque aveva corso di nuovo. Negli ultimi due anni aveva corso parecchio. Erano successe tante cose, negli ultimi due anni, ma soprattutto cambi e conferme. E certe conferme dicevano che i cambi erano serviti, che aveva fatto bene: alle volte ne aveva l’assoluta certezza, mentre altre volte erano un po’ come una variazione di percezione. Era come pensare: sì sì deve per forza andar così, sono cresciuto.
Il nocciolo era tutto lì: era cresciuto. Aveva percorso la strada degli studi, all’inizio per caso (aveva scelto d’istinto e all’ultimo, e per scommessa) e poi sempre più convinto: gli piaceva sempre di più quella facoltà che aveva sempre disprezzato al liceo. E ora che era arrivato davanti alla tesi però iniziava a… non a negare, o rinnegare, ma sentiva che tutto andava riconsiderato. Ripensato, ricalibrato.
La sera che diede l’ultimo esame ripensò agli ultimi cinque anni: ripensava a com’era iniziata, l’avventura della città e del mondo “là fuori”; e, come l’ultimo giorno di liceo, scoprì che non si era mai immaginato che sarebbe finita proprio così. Finiva in un modo che, pur avendolo sempre immaginato e quindi grossomodo progettato, non aveva mai considerato: in un modo normale, nella banalità di un gesto.
Era perché sapeva che le certezze finivano, che da lì in poi non solo non si sarebbe più tornati indietro ma che si era davvero da soli, che questa volta le insicurezze lo prendevano. A pensarci bene, era un assalto meno forte del solito: non da dentro, senza mal di pancia e di stomaco concreti. Erano tutti segni del fatto che riusciva a dominarsi, pensava, che aveva imparato a essere più sicuro. Almeno un poco.
Non poteva essersi sbagliato, non poteva davvero stavolta. Non avrebbero avuto senso, tutte le scoperte degli ultimi cinque anni, se si era sbagliato: e per scoperte intendeva non solo quello che aveva imparato a lezione, sulla letteratura e la linguistica e la fonetica e persino il cinema, ma anche quello che aveva capito del suo futuro. Quello che riguardava il “dopo”.
Eppure, chi poteva saperlo? E se si fosse solo ingannato? Peggio, autoingannato: come avrebbe fatto a pensarsi operaio dopo che per anni si era convinto sempre di più che avrebbe fatto di sicuro lo scrittore o lavorato nell’editoria?
Ah, vaffanculo! pensava. Ma vaffanculo a chi? A lui? Al mondo? No, il mondo non ne aveva colpa. Forse.
Sì, ecco, vaffanculo a tutti questi forse del cazzo.
“Gli anni” degli 883 era la canzone adatta, per una situazione del genere: anche lui aveva voglia del suo “tranquillo siam qui noi” e delle “immense compagnie”, di quei 16 anni che non gli permettevano di fare un cazzo se non girare in motorino ma che erano comunque perfetti.
Ma oramai era cresciuto. Non c’era niente da fare, niente era recuperabile dal momento che “il tempo passa per tutti lo sai, nessuno indietro lo riporterà: neppure noi”.
No, neppure lui.

SENZA TITOLO (postato 24/01/2011)
usciamo insieme dal portone del palazzo: è un preannuncio di addio, lo sappiamo tutti e due, ma almeno per ora siamo ancora insieme.
la mattina milanese è infida anche il primo di giugno. sulla facciata del palazzo di fronte cadono, penetranti, i raggi di quello che – appena svegli – ho definito super-sole (e tu hai riso). ma sul marciapiedi siamo all’ombra, e fa un freschino che pizzica i miei avanbracci e la tua scollatura.
ma non fa niente, facciamo finta di niente e ci incamminiamo.
(1 giugno 2010)

DODICI (postato 13/01/2011)
sono già dodici anni che ci manchi, Faber.
forse sono una cifra non ancora tremendamente spaventosa, e sappiamo entrambi che questi anni cresceranno sempre. sappiamo che il tempo non si ferma, che le stagioni si rincorrono, che ci si abitua e si tira avanti: la sopravvivenza non è certo una questione di carità. è sempre la stessa questione del mors tua vita mea: quando qualcuno muore siamo distrutti dal dolore, ma vivi; e vivere ti porta per forza a tirare avanti, dimenticando o “sorvolando” sulle questioni più spinose.
comunque, come vedi, c’è ancora qualcuno che ti ricorda. qualcuno che ti canta, ti apprezza, ti venera, si ispira a te. c’è anche qualcuno che porta avanti egregiamente il tuo cognome, hai visto?
ciao Faber.
pochi leggeranno queste righe, tu sicuramente no. ma mi sembrava doveroso rubarmi qualche minuto di sonno per ricordarti così come faccio da due anni: con un post. e con le tue canzoni: ma quelle le conosco da ben più di due anni.
p.s.: sarai anche nella mia tesi. bello ah?

GRIGIO (postato 19/10/2010)
mi sveglio; grigiore tutt’intorno quindi nessuno stimolo a mollare il letto. ma devo.
doccia, barba, colazione: tutto grigio. grigia la luce in bagno, grigia la schiuma da barba, grigio persino il caffelatte.
autunno incipiente.
esco e cammino verso la metropolitana: grigiore diffusosi ovunque. metastasi di grigio che dal cielo infetta la strada, le auto, i muri, i passanti. pioviggina, ma non mi va di aprire quest’ombrello che manco mi piace.
prendo la metro, salgo, mi lascio trasportare, scendo. ritorno alla superficie, riaccolto da un cielo grigio immenso. salgo su un autobus arancione, unica nota di colore in mezzo a quel sinonimo perfetto di ‘grigio’ che è la semiperiferia di una grande città.
ho un appuntamento, quasi un colloquio di lavoro. l’autobus parte e percorre lunghissimi viali fatti di nulla. muri di vecchie fabbriche, cantieri, recinzioni, fiumiciattoli malati, viadotti, una ferrovia. tutto rigorosamente grigio.
guardo i muri, non tutti sono monocromaticamente grigi. le uniche note di colore sono scritte spray inneggianti a qualsiasi cosa: calcio, politica, criminalità, terroristi, il Papa e persino il Paese Basco. eroi metropolitani. sono frutto dell’irresponsabilità a cuor leggero di chi fa bravate tanto per farle – mi chiedo – o sono sfoghi di una violenza pericolosa dovuta alla routine di non essere niente?
la ragazza asiatica seduta di fronte a me risponde al cellulare a voce alta. mi risveglia dai miei pensieri. è piccola e graziosa, porta vestiti colorati e ha un ombrello azzurro. ma non sorride mai, e ha una voce monotona e fredda. grigia anche quella.
“è qui la fermata”, mi avvisa l’autista del bus a cui l’avevo chiesta.
“grazie”, scendo e saluto.
è un palazzone enorme, quasi spropositato.
suono al campanello. speriamo.

SENZA TITOLO (postato 11/06/2010)
ci vorrebbe ancora pasolini, una volta ogni tanto. lui che sapeva guardarsi attorno e che non aveva paura di dire quello che andava detto. non averne l’autorità non deve però fermare nessuno, perché anche ppp all’inizio era solo una persona come tante a cui le cose non andavano bene. aveva un’idea, un progetto, una “visione del mondo” in cui credeva, e siccome il mondo non gli appariva così lo criticava. e lo criticava duro. implacabile.
era un uomo stupendamente coraggioso, ppp. un uomo che si accettava per ciò che era, che girava a testa alta senza stare ad ascoltare ciò che gli altri dicevano di lui. un uomo che, tra l’altro, accettava totalmente la responsabilità delle sue parole e delle sue azioni. ebbene, se già negli anni 70 l’andazzo gli faceva schifo, chissà oggi. oggi noterebbe un appiattimento ancora più scandaloso, soprattutto della popolazione giovanile: noterebbe pigrizia, mancanza d’orgoglio, nessun amor proprio. forse, la cosa che più lo farebbe infuriare sarebbe la limitatezza dell’orizzonte d’attesa, ridotto al tirare a campare bruciandosi l’intelligenza e le capacità e non sfruttando mai nessun potenziale.
chissà, forse bisogna davvero essere nati poveri per capire il significato delle azioni che si mettono in atto per vivere. per capire perché uno s’impegna, ha delle passioni, guarda in una direzione e fa di tutto per realizzare la strada – modesta o lussuosa non conta – che si è assegnato, o meglio che crede adatta. ppp mandava a fanculo i contestatori di valle giulia, borghesi figli di ricchi che andavano contro a sbirri figli di operai: gli avevano fatto schifo, quei giovani. oggi le cose sono cambiate: tutti, bene o male, accedono alla polizia e alle università (e, soprattutto, il punto di vista tipicamente marxista di pasolini è ormai stato abbandonato da chiunque). ma se tornasse oggi, l’indomabile ppp, e vedesse e osservasse, credo che sarebbe colto da crisi di vomito. ai suoi tempi, perlomeno, qualcosa si faceva: sbagliato, ma lo si faceva. oggi. non solo non si agisce più, ma anche riflettere e pensare sono diventate utopie.

IL MURO DI MILANO (postato 21/01/2010)
“ohibò, e che è mai codesto baccano?”, brontolò la lapide marmorea dell’uomo barbuto: conteneva l’effigie bronzea (realistica? e chi se lo ricordava più, ora che era tutta nera…) di un uomo bello e fiero, con tanto di baffi e barba e un abbigliamento poco ‘moderno’; sotto di lui, la retorica – di per sé fossile – delle scritte ufficiali era invecchiata perdendo letteralmente i pezzi: lettere cadute, buchi, pezzi mancanti e addirittura una parte  tagliata dall’apertura di una nuova finestra proprio in quel punto del muro. poco riconoscibili, ma ancora presenti, la data – 186? – e l’indicazione di ‘garibaldino’. e ne aveva ben donde, quella stagionata lapide, di lamentarsi: da qualche parte, lì nella via dove pure lei stava, c’era un gran trambusto di persone.
“non vi preoccupate, signore, non è nulla: solo una nuova lapide, una targa in più sui muri di queste case, uno spirito in più con cui possiamo dialogare”, si era affrettata a risponderle un’altra lapide, un po’ meno sbeccata, che si trovava di fronte a quella del garibaldino, sebbene spostata di qualche decina di metri verso il luogo del trambusto. era la sua maggiore vicinanza al luogo previsto per l’evento che la rendeva così informata. essa era peraltro di foggia un poco più moderna, e nuova, rispetto a quella del garibaldino: ma conservava lo stesso qualcosa di non più attuale, o perlomeno non più sentito come tale. anche questa aveva la sua figurina dai tratti umani, ma limitata al viso e al collo: ed era di un giovane, occhio svelto ed espressione seria (forse per quei due baffetti sottili sul labbro?). le due stellette gli coronavano il collo, appena sopra ad un’altra data e ad un altro luogo: isonzo, 1917.
“ancora una targa?”, un’altra voce rispose; “beh, i vivi fanno anche questo: è un modo come un altro per lavarsi la coscienza”, ribatté un’altra vicina. entrambe provenivano dallo stesso muro della stessa casa, quella all’angolo, perché erano di due fratelli: niente immagini, stavolta, solo nomi e date, ed un po’ di retorica commovente (ma soprattutto perché si trattava di due fratelli). uno dei quali, peraltro, nemmeno ufficialmente catalogato come morto ma ‘disperso’ (russia, 1942); l’altro invece era perito in patria, perlomeno, ma di una morte altrettanto ignota: era partigiano, e l’ultima cosa certa che si sapeva di lui era che i fascisti l’avevano portato dentro ad una prigione.
“ragazzi, sarete anche giovani ma questo non lo tollero proprio: va bene?” aveva urlato repentinamente un’altra, ennesima targa. “io ho difeso lo Stato e non tollero atti del genere verso rappresentanti delle sitituzioni, intesi? laggiù ci sono autorità, c’è un sindaco con la fascia tricolore e poi poliziotti e carabinieri, che mi sono stati vicini nel mio lavoro”. stavolta si trattava di un magistrato milanese, che un gruppo di esaltati aveva ucciso selvaggiamente e vigliaccamente perché seguiva piste che legavano i loro intrallazzi criminali in nome dell’estremismo (rosso o nero? il magistrato l’aveva scordato) e lo Stato. sì, proprio quello Stato che ancora il magistrato affermava di servire: beninteso, nel suo caso non si trattava della stessa cosa, perché chi lo aveva voluto morto era un pezzo malato e schifoso della repubblica. tanti cittadini comuni avevano pianto sul suo cadavere, lasciato per strada sporco di sangue proprio in quella via: era stato uno dei tanti morti degli anni 70. e, ad accompagnare il suo nome, figurava la scrupolosa indicazione, stavolta sì ben leggibile perché la targa non si era ancora deteriorata del tutto, che gli era stata assegnata la medaglia d’oro alla memoria.
e nel frattempo il trambusto cresceva, laggiù dove un drappo di seta ancora copriva l’ennesima targa commemorativa. tutte le lapidi erano ora zitte, curiose, attente: ognuna rifletteva e tentava d’indovinare chi sarebbe stato il loro prossimo ‘compagno di strada’, unito con loro in un eterno dialogo a causa di quel pezzo di marmo murato che ne racchiudeva lo spirito d’impegno civico. il garibaldino scommetteva su quel giovane piemontese che aveva conosciuto, in quel tempo tanto remoto in cui entrambi erano stati giovani e soldati. chissà dove si erano incontrati, e chissà per quale circostanza: lui, il garibaldino, l’aveva ormai dimenticato, e sperava che qualcuno potesse essergli d’aiuto ricordandoglielo.
invece, il giovane fante caduto sull’isonzo pensava a quel ragazzo trentino che aveva saputo essere stato impiccato dagli austriaci: impiccato per tradimento, ovvero per aver parteggiato per la sua vera patria, l’italia. oppure pensava a quello spericolato che aveva conosciuto, che volava sugli aerei sparando addosso al nemico e rischiando ogni volta di lasciarci le penne perché quei trabiccoli erano poco raccomandabili.
i due fratelli avevano tanti pensieri e speranze: pensavano ai tanti, come loro, spariti improvvisamente dalla vita, oppure anche ad un bel ricordo del dolore di tutti i genitori che avevano vissuto il doppio dolore della guerra e della perdita di un figlio: sarebbe stato un bel pensiero, una targa utile e – in ogni caso – un modo finalmente decente di lavarsi la coscienza.
il magistrato, infine, non poteva non pensare a tutti i carabinieri, poliziotti, magistrati, funzionari e ‘servitori’ dello Stato che, come lui, erano caduti a causa dell’ingiustizia che tentavano di cancellare: terrorismo, mafia, affari segreti di Stato…
insomma, le quattro targhe zittivano. ognuna, a modo suo, aveva fatto una previsione, una scommessa con sé stessa: e ora aspettava, per vedere se aveva azzeccato. e, finalmente, il panno calò in mezzo a scrosci d’applausi e strette di mani e flash di fotografi. c’era scritto: BETTINO CRAXI.
“crassi?”, chiese il garibaldino? “no, craxi”, rispose il milite dell’isonzo che, più vicino, poteva leggere meglio il nome. “e chi è?”, disse l’alpino mai tornato dalla russia; “e che ne so?”, gli rispose con una domanda il fratello mai emerso dalla prigione del fascio. “dev’essere stato uno importante, una brava persona: sennò, perché dedicargli una targa qui in mezzo a noi?”, concluse in maniera logica il magistrato.

11 (postato 12/01/2010)
già undici anni, fabrizio, maledizione! fa pure schifo scriverlo, oggi: 11/01/10. ti rendi conto di che schifo esce?
non era un bel giorno nemmeno undici anni fa. io avevo tredic’anni, manco ti conoscevo ancora, e non ti ho nemmeno pensato. e tu, fabrizio, cos’hai pensato? ti sei accorto che non ci sarebbe stato domani? sai, a volte sono letteralmente attanagliato dal pensiero di come si muore. voglio dire: se ci si accorge che non ci può proprio più essere resistenza al tempo che ti annulla come ci si deve comportare? è soggettivo, probabilmente…
l’anno scorso ti sono venuto a trovare, ti ricordi? abbiamo camminato insieme, in tre: io, tu e lei. lei che allora conoscevo appena, si può dire, e che eppure era già dentro di me – e tu mi capisci faber, vero? è stato un viaggio stupendo, a rincorrerci. in mezzo a genova, nei caruggi e sul mare; a staglieno; in via del campo, mangiando fugassa e sognando l’orizzonte infinito del mare, la più grande fortuna e speranza dei genovesi. tu camminavi con noi, ti sentivo. avevi la tua tipica faccia, i tuoi tipici vestiti, le solite scarpe; fumavi, di continuo. e infatti sapevi leggermente di tabacco e di fumo, che però si mescolavano insieme con il tipico profumo del dopobarba da uomo che ha una certa età. non fraintendere, intendo da uomo-uomo: uomo padre, uomo lavoratore, uomo adulto e completo. un profumo di dopobarba da papà, di uomo che si fa la babrba tutte le mattine.
non ci siamo quasi parlati, quel giorno. epperò è stato bello camminare: ci indicavi dove andare, ci facevi annusare il mare, ci regalavi amore. quest’anno siamo lontani, purtroppo. tu sempre dove sei da unidici maledetti anni; io a Milano per un esame. ma siamo lontani solo fisicamente, già lo sai.
è sempre bello ascoltarti. buonanotte, amico fragile! ciao.

LA SUA SCIARPA (postato 10/12/2009)
sono una sciarpa di materiale indefinito. “sintetico”, dice sempre chi mi indossa, “ché quando c’è vento e la togli ti prendi la scossa”. bene, sarò sintetica allora. ma calda, ottima d’inverno (sempre giudizi non miei).
ero di una persona, che stava sul mare. occhiali, capelli corti e brizzolati, voce schietta ma un po’ stridula alle volte (appena appena: quando per esempio urlava, di rabbia col marito o la figlia, o per scherzo con altre persone). lei mi teneva sempre stretta sul suo collo, mentre usciva di casa e fuori il mare era così grosso che le onde arrivavano in strada. ‘eh no cara mia’, pensavo io, ‘io non esco oggi!’. ma lei, sorda alle mie proteste di sciarpa sintetica, manco mi ascoltava. mi toglieva dal pomello dell’attaccapanni, mi stiracchiava in aria e mi attorcigliava intorno al suo collo. e, forse questo è un tantino assurdo, mi faceva sentire sicura. non avevo più paura, allora, né del mare né del vento né della pioggia.
sono stata in molti luoghi, con lei. da una che chiamava sorella, sempre lì sul mare; da un’altra sorella, nei monti; da un’altra sorella (ancora?) in mezzo a una città puzzolente. di quanto fumo mi ha impregnata, e di quante lacrime mi ha imbevuta! sì, fumava molto; e piangeva anche, molto, perché c’era chi, tra i di lei più vicini, la faceva soffrire. un giorno di giugno, però, non so come ho scoperto che lei non c’era più. che sarei rimasta sola, perché ero la SUA sciarpa, mica quella di altri della sua famiglia. era solo da qualche mese che non mi indossava più, perché a giugno non fa ancora caldo torrido. ma dall’ultima volta che mi aveva tolta dal suo collo non l’avevo più vista. no, non era nella solita casa ma altrove; e io sono stata sbattuta con poca grazia, da mani che avevano altro a cui pensare, sopra il pomello dell’attaccapanni.
ora sono tornata a nuova vita. ho traslocato, e al mattino non è più l’orizzonte tranquillo e aperto del mare illuminato dal primo sole che vedo dalla finestra, ma il grigio di un’enorme città (e nei fine settimana monti su monti, e verde e freddo). ma non mi lamento, anche questo nuovo che mi indossa non mi tratta male. però è maschio, ha la barba: all’inizio è stato tremendo, rimpiangevo il collo femmineo e glabro della mia proprietaria di prima. però anche lui, come dicevo, non è male. e poi a volte si blocca, mi stacca dall’attaccapanni e invece di indossarmi mi guarda, mi coccola, mi bacia e mi parla. dice che gli sono “molto cara” perché gli ricordo “lei che sono quasi sei anni che non c’è più”.
che strane sensazioni, il ricordo ed il sentimento degli uomini…
(per l.)

JACK (postato 23/09/2009)
ok basta un maledetto divano, della maledetta birra o del maledetto vino, delle maledette sigarette (anche farcite). una maledetta tv, magari, accesa da qualche parte e aperta su qualche altra maledetta dimensione. come se noi fossimo lì a guardare da una finestra aperta su un altro mondo. troppo sonno. e quella birra che al primo bicchiere sapeva di buono, di frizzantino, di piacevole; al secondo sapeva già di normale; al terzo sapeva di ristagno alcoolico nella bocca, un gusto a metà tra il nauseante e il metallico, tipico di molte altre volte. e poi voglia di festeggiare. cosa? ma che cazzo me ne frega. è così importante sapere sempre perché si fa festa? è per forza obbligatorio esternare ufficialmente il motivo per cui un tavolo rotondo e porto e birra e gente insieme sono qualcosa di bello? cazzo! ogni giorno c’è veramente tanta gente che è triste e depressa e tetra e non dice perché: anzi, afferma che non esiste un perché, che la vita è brutta e roba del genere. e ci credono, alle loro motivazioni nere. e sono e restano tristi. e che cazzo, gaudiamo insieme no? fottiamocene un po’ di tutto, domani sarà quel che sarà. tipo stasera ho voglia di scrivere, e non mi importa assolutamente perché sento questa voglia: però, ho la possibilità di scrivere e uno spazio in cui farlo; e allora lo faccio, senza pormi troppi problemi. mi esprimo. e non vado nemmeno a capo, e seguo un flusso qualsiasi dei miei pensieri enfatizzati dal morbido alcool dell’infuso di orzo e luppolo dorato, piovuto a grossi scrosci dritto dentro alla mia gola. un po’ come quando inizi un discorso e proprio nel mezzo ti s’inserisce una perifrastica, e tu non sai più che cazzo fare. e cominci a chiederti se sarà mai una perifrastica attiva o una passiva, e quindi sta cartago delenda est o meno? ma poi prosegui, ti arrabatti e vorresti un termos di caffè e della benzedrina e non sai nemmeno cos’è la benzedrina ma va bene uguale, e poi un rotolo enorme di carta, lungo più lungo dei rotoloni regina; e qualche migliaio di penne stilografiche, preferibilmente dal serbatoio di quelli che aspiri l’inchiostro dal boccettino, e scrivere mille e mille storie. senza chiederti perché le scrivi, o tantomeno senza farti troppe paranoie sul messaggio che devi o che dovresti trasmettere. solo lì tu e la tua penna e le tue storie, che esistono solo e soltanto nella tua mente e che tu senti il bisogno di scrivere su carta. con la penna, la mano e il braccio, e la fatica che dopo un po’ ti indolenzisce il braccio. ah, bella vita questa! senza un cazzo da pensare che non sia quello che vuoi pensare. ma non è sempre così, e quindi questo lo mettiamo nei buoni propositi o meglio nelle utopie del futuro. va be. tanto è sera/notte, fuori è buio. lo annuserei, andrei a annusarlo sul terrazzo, ma non ne ho voglia. lo annuserò domani, sperando che abbia lo stesso sapore. tanto, domani non ricorderò assolutamente nessuna di queste parole; anzi, forse farò addirittura fatica a ricordare di essere entrato in questo blog e aver scritto delle parole. meglio così. e comunque al massimo andrei domani al mare, o in america. o non so dove ma andrei. però lo penso adesso, chissà domani se ne avrò ancora voglia. come quel tale che scriveva, e che se lo intervistavano necessitava di whiskey (c’era anche un cantante simile nel vizio): anche lui voleva viaggiare, non importa dove; anche il cantante preferiva, per la stessa ragione del viaggio, viaggiare. tutto insomma ma non star qui a vedere chiambretti che è un paraculo di merda e tiene pure al toro. va bè. so che da qualche parte il mio cuore sta battendo dentro a qualche altro petto, e sono soddisfatto. forse in un domani scriverò per professione, forse sarò un morto di fame eroinomane, ma in fondo non lo so e non me ne importa molto. l’importante è conoscere e conoscersi. e amare, perché dà senso. e arrivano i baldi a rioccupare spazi, e a spostare in seconda serata i mangiatori di wurstel. e mi stanno sul cazzo i finti moralisti, ma forse siamo un po’ tutti finti moralisti. anche chi dichiara di non provare imbarazzo a stare sempre nuda. ma io in fondo che ne so. la conclusione non arriva. quindi smetto, per stasera, e mi ingorgo un poco la gola di fumo e di nettare biondo. o nero.

IL TRENO (postato 17/09/2009)
mi piacciono veramente un sacco, i treni. tra tutti i mezzi di trasporto, sono quelli che preferisco. per tanti motivi: perché sono sopravvissuti alla modernità, cambiando l’interno delle carrozze ma non quelle due listarelle di ferro parallele che corrono verso l’infinito e che li fanno muovere; perché quando ci sali sopra puoi fare praticamente di tutto, anche alzarti quando vuoi; perché viaggiano su itinerari solo loro, che non sempre coincidono con quelli delle strade automobilistiche e che quindi ti permettono di scoprire sempre qualcosa di nuovo; perché, se devi farci un viaggio lungo, ci mettono ancora un po’ di tempo, e quindi ti lasciano ancora l’illusione romantica di un viaggio vero, lungo e diverso dallo stare comodamente seduti su un aereo che in un’ora ti scarica a migliaia di chilometri da dove sei partito…
sono sempre stato fortunato, con i treni. sono sempre stato fortunato perché mi hanno sempre portato dove dovevo arrivare, sono sempre stati puntuali e soprattutto mi hanno sempre atteso. sento di essere molto molto fortunato soprattutto perché i macchinisti mi hanno sempre aspettato. e qui non sto parlando dei treni materiali, quelli delle ferrovie dello stato o delle nord. quelli che, ad esempio, sfrecciavano proprio sotto casa della zia a Pieve Ligure, quand’ero piccolo: quanti, e com’erano sempre diversi; e io, affacciato al balcone, contavo quante volte facevano il classico tu-tun tu-tun volando sulle rotaie. o quelli che mi trasportano dai monti alla pianura al cuore di lei, e lei viceversa dalla pianura ai monti verso di me.
no, parlo di quelle occasioni che chiamiamo treni. quelle che insomma capitano una volta nella vita e basta. quelli che, di solito, hanno macchinisti non tanto frettolosi o cattivi, ma puntuali e scrupolosi. loro passano, conducendo il loro treno, facendosi notare; sta poi ai passeggeri disseminati sulla banchina riconoscere l’importanza di quel treno e salirci di corsa sopra. ebbene, è con questo tipo di treni che sono fortunato. perché a volte non sono proprio un genio, né brillo per immediatezza. e questi treni non riesco proprio a scorgerli. eppure, i macchinisti mi aspettano sempre: no, non si fanno notare, non si mettono a suonare la sirena del treno, semplicemente si fermano. come se avessero ricevuto l’ordine, chissà da chi, di fare uno strappo alla regola e aspettare me, uno che non solo è in ritardo ma è pure coglione perché non li vede.
perché accade? non lo so assolutamente. perché sono fortunato, o perché le cose devono andare così. non certo perché sono una persona così speciale, sennò li saprei quantomeno scorgere. comunque, mi danno tutto il tempo per salire. e io non ho mai avuto modo di ringraziarli come si deve…
grazie, treni pazienti. spero, una volta salito, di ripagarvi come si deve per la vostra pazienza…

STAZIONE (postato 31/03/2009)
sentivo il bisogno impellente di scrivere. un bisogno assurdo, che da metafisico o spirituale o interiore che fosse si faceva fisico o materiale o fisiologico. era un impulso che, dal cerello in cui si era formato, si trasmetteva con velocità supersonica tramite il sistema nervoso ai suoi muscoli, provocando quasi una sorta di riflesso. esatto, come quando il dottore ti batte il ginocchio con quel martelletto stupido. ma al tempo stesso non sapevo cosa scrivere. dunque, eccomi nel bel mezzo di un paradosso, pensavo. eppure, non era così assurda la situazione: la scrittura, mi ero accorto recentemente, liberava il mio carattere dalle impurità delle emozioni negative e dell’ansia e dell’apprensione. insomma, la scrittura non era più, soltanto, ‘esercizio di stile’, strumento utilizzato di solito nel tema a scuola per ottenere un giudizio, ma diventava vero e proprio veicolo di purificazione. sostegno alla mia anima. sfogo dei miei bisogni.
così, salii su quel treno. avevo consumato il mio addio in lacrime alle quali stentavo a dare completo e definito significato: erano state lacrime di tensione, lacrime di frustrazione, lacrime di ringraziamento, persino. ma più di tutto, ne ero sicuro, erano lacrime d’amore, di quelle che si consumano dinanzi alla purezza di un sentimento che per sua natura ci travalica e ci investe e ci sconvolge, qualcosa dinanzi a cui non possiamo non sentirci che inadeguati e incapaci e stolti. ecco, io avevo appena provato a racchiudere tutto ciò in due lacrime che ancora adesso, seduto ormai sul sedile e col fiatone dovuto allo sforzo di issarmi una valigia sopra la testa cercando di non farmi male, mi bagnavano gli angoli degli occhi, di quei miei occhi così spioventi che a lei piacciono tanto. e restavo lì, imbambolato e fermo, e sentivo dentro di me crescere questo impulso, questo istinto animale di scrivere; anche se sapevo benissimo che era uno sforzo immane e inutile, se non sapevo cosa scrivere. ma presi lo stesso il solito quaderno e la stilografica, e appena tolsi il cappuccio la avvertii pesante come mai era stata prima. non sapevo da che parte incominciare, ma come sempre mi bastò tracciare un segno qualsiasi sul foglio e sentire un vortice tremendo di sensazioni passare dalla mia testa al mio braccio alla mia mano. che, quasi contro la mia volontà, iniziò a grattare il foglio mentre il treno strideva sulle rotaie; e scrissi: “sentivo il bisogno impellente di scrivere”.

SENZA TITOLO (postato 26/02/2009)
è un viaggio strano. che comincia quando mi accorgo che, sul marciapiede della mia via, si apre all’improvviso una botola. una botola? ma da quando c’è una botola sul mio marciapiede? ma mi drogo? tutte domande che mi stanno sul cazzo, e alle quali evidentemente non c’è da dar risposta. comunque, come nei migliori film di fantascienza, vengo risucchiato dal ‘classico’ vortice discendente, e come nei film io urlo. urlo perché devo urlare, lo fanno in tutti i film del genere. e poi perché, come sempre dal vivo, è molto peggio che in un film: buio, puzzolente, metallico; aggiungete che sono claustrofobico, e capirete perché mi stavo cagando addosso dalla paura. ma, ad un certo qual indefinito punto, sbuco alla luce ed all’aria. e atterro su di un soffice mucchio odoroso, e marrone. cos’è, foglie secche? letame poco puzzolente e molto profumato? no, è qualcosa che ha un odore familiare… essendone dipendente, ci metto poco ad accorgermi che sono caduto su un mucchio di tabacco. e intorno vedo pareti alte e liscie, marroni scuro tendenti al nero, che si chiudono a cerchio lasciandomi intravedere, del di fuori, soltanto un piccolo squarcio circolare. e poi cosa succede? mi rendo conto che sono in una pipa. davvero? sì, me ne rendo conto. è una pipa gigante, che tra poco un uomo gigante si fumerà, oppure sono rimpicciolito infinitesimalmente? a quanto pare, non c’è risposta da dare nemmeno a questa domanda. però mi accorgo che la pipa, maledizione!, sta per essere accesa: il cerino è già stato sfregato, vedo la fiamma sempre più vicina, sento il calore, sudo e mi agito e poi faccio un bel salto e, chissà poi come?, esco da questa pipagigante e atterro su una superficie che potrebbe essere tavolo. guardo in su e, sorpresa, il gigante fumapipa è nientepopodimeno che cesare pavese, affermato scrittore di fama consolidata nonché pedante e scrupoloso autodistruttore di sé stesso, dedito alla venerazione della depressione ma nato in un’epoca senza prozac, dove robe simili si curavano con dei simpatici rimedi fatti in casa e detti suicidi. cazzo, però pavese, e io al cospetto di pavese: wow! roba da fargli una foto, se solo il mio cellulare le facesse. e poi mi guardo, non so bene perché, i piedi. e mi accorgo di essere non su un tavolo, ma su un foglio di carta gigante, giallo e ruvido e scarabocchiato. e il pavese mica si accorge di me, e volta la pagina successiva a quella a cui sono appoggiato, ed allora vedo questa superficie gigantesca e bianca venirmi addosso, e mi copro istintivamente il viso per cercare di ripararmi attutendo il colpo e… non succede nulla, sono stato catapultato chissà come da una qualche altra parte. dove, finalmente, ho di nuovo le mie giuste proporzioni, ma sono vestito in maniera strana: di bianco, con una bombetta nera in testa, l’occhio destro truccato. in mano, una spranga di ferro, e ai miei piedi il bastardo, che inconsciamente sento di aver sempre conosciuto, legato. tutto a mia disposizione, con una spranga bella pesante che mi invita a farle fare il suo lavoro; e io ascolto la spranga, e giù colpi nei posti dove fa male, ma che anche se colpiti non ti mandano subito a farti fottere. nonostante mi fossi sempre reputato una persona razionale, ci prendo gusto a sfogarmi di non so cosa: miro ai denti, alle palle, alle braccia, alle ginocchia, e mentre mi spruzzo di sangue sembro impazzito e divertito. ma mi rendo conto, all’improvviso, che così sono capaci tutti, e che così non si risolve un cazzo. e allora corro via, buttando la spranga che però si è fatta pesante e mi intralcia i passi e mi fa incespicare, e così scivolo grattandomi le ginocchia e i gomiti e finisco in un fiume. ma poi, che cazzo ci faceva un fiume proprio lì? altra domanda a cui non so rispondere, visto che guardandomi intorno mi scorgo al paese natìo, nell’inquinato e schifoso fiume che scorre accanto al paese natìo, dal quale schizzo fuori come un’anguilla. e poi allora corro a casa, che altro di logico potrei fare? ma, arrivato a casa, mi accorgo di come tutti mi guardino male, senza riconoscermi. e penso sia per il puzzo di fogna del fiume, e faccio per entrare in casa per farmi una doccia. ma una voce baffuta mi ferma all’ingresso, minacciosa, e mi indica un posto lontano, oltre le basse montagne che coprono l’orizzonte che sta davanti alle finestre del mio soggiorno. e c’è una valigia pronta, per terra, ed un biglietto con una destinazione scritta tutta in MAIUSCOLO. e poi, vicino ma nascosto, il guscio vuoto di una lumaca giovane, ed i singhiozzi in sottofondo di un dolore irrimediabile. e allora mi incammino, non posso fare altro, ma appena inizio una salita eccomi risucchiato verso l’alto, nel vortice da cui sono entrato per cominciare il mio viaggio. e risbuco su un marciapiede di città, ma una città diversa dalla mia, dove però tutti mi salutano e mi conoscono e mi rispettano. e, quando fermo l’ennesimo cordiale salutante e gli chiedo dove siamo, egli mi risponde semplicemente: OVUNQUE…

APOTROPAICUS (postato 09/02/2009)
terra e ancora terra, che qua e là si fa coltivo. diventa campo, coltivazione: orto, verdura, patate, alberi da frutto. una sola, misera, costruzione umana: sassi addossati l’uno all’altro, con cemento nelle giunture; una finestra senza vetri ma con le sbarre; una porta di legno d’epoca immemorabile con una serratura arrugginita; un fienile vuoto, dove dorme forse qualche gatto selvatico, o la volpe che ogni tanto si mangia una gallina. un pollaio, e legna.
se poi ti guardi intorno, un bel paesaggio. qualche casa laggiù in basso, nel regno della “civiltà”. boschi che coprono le colline intorno, molte poderose piante vecchissime di castagno, una santella e un cane che abbaia, ringhiuso chissà dove e forse perché gli do fastidio, camminando proprio su quel sentiero. più lontano monti bianchi e arrotondati di neve, col vento che la solleva sbavando confuse righe bianche sull’azzurro immacolato del cielo.
e poi l’impiccato. un uccello nero e torvo (lo chiamano corvo), morto e ucciso. zuppo d’acqua, ma ancora integro. è appeso ad una pianta, con una corda. le ali, ora inutili, gli penzolano intorno alla piccola testa, molli. l’occhio è chiuso, il becco scuro. provoca qualcosa di simile allo schifo e alla repulsione di una visione macabra: richiama una putrefazione imminente, e cioè il suo ritorno di nuovo alla terra, da cui in qualche modo assurdo proviene.
“perché?” sussurro.
“tiene lontani gli altri corvi schifosi!”, rispondono un paio di baffi dietro la mia spalla.
è la terra, bellezza, che chiama…

MAH (postato 05/02/2009)
ero andato a letto sbronzo lercio, quindi al risveglio non è che fossi proprio un fiore. solite cose, insomma: mal di testa condito con abbondanti giramenti e perdite d’equilibrio, bocca secca e putrescente, nausea forte nonché quella specie di patina schifosa e molliccia che ti ricopre i denti e le labbra e grazie alla quale puoi ricordarti di esserti fumato l’infumabile. vabè, comunque riesco a svegliarmi, e non è poco. e, stancamente nonché meccanicamente, mi trascino al bagno: è il primo gesto di tutte le mattine… entro e mi guardo nello specchio. e penso: “mamma mia! che stato…” mentre le mie labbra automaticamente si contraggono in un’espressione di disgusto. oddio, ero sempre io, non è che una notte d’alcool m’aveva trasformato in lucagiurato. però avevo un’impressione tendente allo schifo…
dicevo, mi guardo nello specchio e di colpo succede qualcosa. mi vedo trasformato, decisamente più sveglio rispetto all’immagine che avevo appena visto riflessa. e, oltre che sveglio, ghignante. o cazzo! non faccio uso di allucinogeni, almeno volontariamente: che cazzo succede? e di colpo il mio riflesso mi ride in faccia, ma io non sto ridendo! cos’è, una commedia da teatro dell’assurdo? è una pièce di beckett? che cazzo ho bevuto, ieri?
il mio riflesso comincia anche a parlare, oltre che a sghignazzarmi addosso. prima si muove, additandomi; poi apre la bocca e dice: “guardalo, che schifo! ubriacone di merda…”. e io comincio decisamente a non capirci più un emerito: mi guardo intorno, mi sfrego gli occhi, apro l’acqua e me la butto in faccia a piene mani. mi sfrego più forte che posso la salvietta sulla faccia, sperando che cancelli il ricordo di una brutta visione assurda. pian piano, timoroso, mi rigiro verso lo specchio. e io sono ancora lì: o meglio, quell’io riflesso e diverso è ancora lì, e ora mi sfotte.
tira fuori la lingua, fa finta di piagnucolare, imita il mio intenso sfregamento di salvietta. poi parla di nuovo, e dice: “guardala, la femminuccia! credi che a nasconderti il problema passi? di solito fai così, no? quando qualcosa non ti piace, quando hai paura, ti nascondi o chiudi gli occhi. ma il problema resta, sempre: non dimenticarlo, coglione!”. e io resto decisamente stordito, anche se realizzo che, qualunque cosa io abbia davanti, devo pur far qualcosa. allora faccio per aprir bocca pure io, per rispondere; ma ‘quello’ mi anticipa, e comincia a sbraitarmi addosso: “sei un fifone del cazzo! svegliati! pirla! muoviti! non avere paura delle parole! sii deciso! credi di essere tu a comandare le parole, o credi che loro comandino te? non hai mai pensato che, senza di te, senza il tuo pensiero, le parole manco esisterebbero? reagisci, prendile, sbattile di qua e di là, impilale in fogli sparsi, o sul computer! strattonale, quelle puttane! nulla ti è vietato, tutto puoi, con loro: perché tu hai il coltello dalla parte del manico, non loro! sei tu che le disponi come e dove vuoi! e allora mangiatele e picchiale!”. e, così dicendo, la sua faccia si trasfigura sempre più e assume l’espressione di un folle disperato, negli occhi gli leggi la follia. ma, quello che mi fa più paura, è che mentre mi sputa queste sentenze in faccia, egli si avvicina: come se io mi stessi effettivamente avvicinando allo specchio. ma io sono fermo!
e, preso nel suo delirio, comincia a urlarmi: “fai, fai, fai. perché puoi, e nulla è impossibile! coglione!” e, così dicendo, si è fatto praticamente vicinissimo, e io non posso far altro che restare immobile e stordito, incapace anche solo di pensare: tutto quello che posso fare è assistere a quello spettacolo…
poi, improvvisamente, vedo il suo braccio muoversi. e, senza capire un accidenti, mi sento un pugno dritto su uno zigomo! ma che cazzo succede? preso alla sprovvista, cado in terra, la salvietta sopra la faccia. credo di svenire…
penso sia passato del tempo, ma mi rialzo: non posso certo stare tutto il giorno sul pavimento del bagno. mi rialzo, e pian piano, emergendo dal lavandino, guardo lo specchio. ma quello che vedo stavolta è rassicurante: vedo me stesso, o meglio un pezzo di me stesso, che avanza sopra la linea bianca orizzontale del lavandino. sempre più su. per esser sicuro che tutto sia tornato a posto, muovo un braccio, lo alzo sopra la testa. lo specchio risponde: stavolta sono io, l’unico io nonché me stesso, che si riflette. e allora, bestemmiando sottovoce, penso proprio che sia il caso di smettere di bere, perché quello che ho appena visto è solo una fottuta allucinazione dovuta all’abuso di alcool. insomma, pian piano il mio cervello si abitua a prendere  per buona questa spiegazione, che sembra l’unica ‘razionale’.
mi alzo in piedi, davanti allo specchio. sorrido, pensando ai malefici effetti dell’alcool sul cervello umano. eppure, l’acqua nel lavandino sta scorrendo, ma non ricordo con precisione quando l’ho aperta.
eppure, ho un livido pauroso su uno zigomo. come se avessi appena preso un pugno…

C. (postato 22/01/2009)
da quanto stavo aspettando il momento
in cui la pioggia avrebbe perso finalmente il suo freddo sapore metallico,
di sconfitta,
per bagnare la mia pelle col fresco sapore della felicità?
ormai abituato a grigi pomeriggi di rassegnazione,
sprofondato in giornate puzzolenti di ragnatele
e di polverosa desolazione
stavo finendo per credere davvero che questo fosse il mio destino.
al punto di arrivare quasi a dire l’ennesimo no.
al punto di chiudermi in faccia la porta della felicità.
ma sono rinsavito,
sono tornato in me
(per nostra fortuna)
giusto in tempo per intuire la via giusta da seguire
e sentirmi finalmente privo
di quei cupi ed oscuri fantasmi
che rendevano opachi i miei occhi
e mi toglievano l’appetito.
e ora che gusto la felicità
e respiro finalmente sereno
so di doverti mille grazie, e poi ancora mille:
a te che mi hai salvato,
che ti sei infilata in mezzo alle mie giornate sempre uguali,
che mi fai toccare il cielo.
a te che sei stata capace di rendermi completo.
a te,
che hai un nome risplendente di luce.
a te,
che hai voluto amarmi.
basta giochi
basta maschere
è ora di essere me stesso.
riuscirò mai a sdebitarmi?

DIECI ANNI SONO SOLO TREMILASEICENTOCINQUANTA GIORNI, ALLA FINE… (postato 14/01/2009)
quando muore un poeta, tutta l’umanità dovrebbe piangere disperata. perché, alla fine, gli uomini di governo sono importanti, perché fanno concretamente e definiscono epoche storiche; così come sono importanti gli architetti, o i pittori. ma i poeti sono sempre un gradino sopra, perché hanno la sottilissima capacità di riuscire a captare l’indefinibile aura connessa ai sentimenti, alle sensazioni, agli stati d’animo e a tutto ciò che c’è di immateriale; e, oltre a captarla, sono anche capaci di ridistribuirla ai comuni mortali che non hanno le capacità per impossessarsene traducendola in un linguaggio intelleggibile. certo, purtroppo il loro messaggio non giunge sempre perfettamente a tutti; ma, di solito, trova sempre qualcuno situato più o meno sulla stessa frequenza d’onda del poeta, capace di recepirne il significato. ebbene, dieci anni fa se ne andava uno dei più grandi poeti italiani (perlomeno, il poeta che io adoro di più): fabrizio de andré. se ne andava perché era poeta ma anche uomo, e dunque destinato purtroppo ad essere consumato, e a lasciarsi consumare, dalla vita. se ne andava perché noi mortali, a differenza dei sentimenti, siamo soggetti al capriccio del tempo, che non possiamo fermare. e se ne andava lasciandosi dietro una scia lunghissima, di ricordi e di emozioni. sono già passati dieci anni, ma il ricordo non si è ancora sciolto: almeno lui, non è stato consumato dal tempo…
dieci anni eppure sei rimasto sempre con noi, fabrizio. che vuol dire? che eri un grande, che ti sei lasciato comprendere ed amare, che ti sei esposto senza paura, anche e solo semplicemente per dire la tua. che, insomma, c’eri e, quando dicevi qualcosa, era perché l’avevi ben ponderato, e soprattutto perché era qualcosa che ti stava veramente a cuore. io ti ho conosciuto tardi, dopo la morte; e forse, a qualcuno può sembrare ipocrita la mia venerazione per te, proprio perché è nata dopo che te ne sei andato. ma non è così! sabato e domenica, finalmente, ci siamo incontrati. non di persona, certo. però, un treno ed una persona magnifica mi hanno portato lì, da te. ho camminato con te in via del Campo, ho fumato una sigaretta proprio sfiorandoti la spalla mentre gli stretti carruggi ci portavano fatalmente ad incrociare le traiettorie, ho suonato la tua chitarra nel negozio di tassio; ho cantato con te sul porto antico, tu che rivivi nelle tue canzoni e in cristiano che è identico a te. ho provato, insomma, a provare quello che provavi tu, che hai provato anche tu semplicemente camminando per la tua splendida città. che amavi, forse non corrisposto all’atezza. e che è così bella anche e soprattutto per te.
solo una cosa, non mi è riuscito di fare: di entrare dentro quella piccola casetta bianca, a Staglieno, con scritto De André; di superare la porta di vetro, e attraversare quei pochi centimetri di marmo, con le lettere dorate incastonate sopra a formare il tuo nome; insomma, a distendermi con te nel freddo silenzio assoluto della morte. questo non è stato proprio possibile perché lì c’eri solo tu, e solo tu ci potevi essere: lì sono dovuto rimanere me stesso, a contemplarti con le mani che tremavano e gli occhi lucidi e a lasciarti una gerbera rossa a mò di regalo.
lì davanti alla tua tomba, insomma, ho capito che dovevo rimanere me stesso per continuare a capirti e ad apprezzarti. e anche perché, in fondo, andare oltre la morte rientra nei meriti di un vero poeta, e non di uno studentello come me. e scusa se ho aspettato tutto questo tempo, per venirti a conoscere, ma lo sai meglio di me com’è fatta la vita, quanti risvolti inaspettati contiene. tu l’hai maneggiata, la vita, e hai tentato di scoprirla addentrandoti in ogni suo anfratto, anche quelli più nascosti e pericolosi e bui. io la vita la conosco ancora soltanto di sfuggita, perché l’ho potuta mordere solo in superficie. chissà se sarò capace anch’io di renderla maneggevole, chissà se avrò le capacità per esplorarla come si deve e perderò i pregiudizi e le paure che mi impediscono di guardarla come va guardata. se riuscirò penso però che gran parte del merito andrà a te, che sei maitre à penser per me come per mille altri, come lo fu brassens per te.
grazie di tutto, faber: di avere cantato, di esser stato poeta, di aver ascoltato brassens; in una parola, di avere vissuto. alla prossima, vecchio amico fragile…

D. (postato 17/07/2008)
bam! tranquillo tran tran sconvolto. così dal nulla! progetti di serata che s’incrinano. una sorta di fitta allo stomaco. nausea. mille domande. forse ho capito il significato. lo conoscevo…
no, non è un attacco di paranoia o di pazzia fulminea, non ho rincorso né abbracciato nessun cavallo in nessunissima torino. è solo la descrizione di uno shock.
fulmineo come tutti gli shock, una sorta di scarica elettrica che ti attraversa distraendoti da pensieri sempre molto banali e sempre poco importanti. è lo shock di una morte. una di quelle che non ti aspetti, o almeno non ti dovresti aspettare: 18 anni sono ancora pochi. una morte assurda, come tutte le morti di giovani, in un posto assurdo per circostanze assurde. una morte d’estate, una morte che c’entra con l’estate, una morte del cazzo perché si è collegata ad una situazione che era tutto l’opposto della morte. in alcuni reparti d’ospedale, o nei ricoveri degli anziani, o di solito presso chi si lascia pian piano andare volontariamente alla consunzione, fisica e morale, del tempo: lì, e lì soltanto, dovrebbe sentirsi odore di morte. lì è giustificato, lì ci sta, lì è parte più che naturale del “paesaggio”. un prato con un lago con dei ragazzi con (presumo) delle birre, un pallone, una coperta, una radio, ghiaccioli e bibite: lì no, lì non è ammesso puzzo di decomposizione. lì stona. lì dovrebbe stonare. lì, in questo assurdo caso, avrebbe dovuto stonare: ma non ha stonato.
noi altri, si sopravvive: qualcuno con sollievo, qualcun’altro con dolore, qualcuno ancora con rabbia e abbandono. bene o male, tutti poi ce ne dimentichiamo: non siamo stati noi, non è toccato a noi, e capitano cose che fanno dimenticare. più o meno velocemente. in questo caso, però, fatico a dimenticare. lo conoscevo, ma non granché: diciamo che sapevo chi era, anche se da un pezzo non lo vedevo più. eppure mi sbigottisce sapere che NON vive più. non respira più. non si muove più, non sorride più, non mangia e non beve più. e mi sbigottisce perché è una constatazione banale, eppure la più dolorosa: lui NON fa più delle cose, e non le fa più perché è morto. all’apparenza, una cazzata; più in profondità, il vero volto del dolore.
reagire con rabbia, o con delusione, o abbandonando Fedi e certezze, non serve. non serve più. quello, è successo: e basta! non lo si può spiegare, non lo si potrà mai spiegare. si sa che è successo, che succede e che succederà: magra consolazione. è una cosa così assurda che non serve nemmeno cercare un colpevole dietro a tutto ciò: niente ghigni beffardi o falci o gesù o chicchessia, ma l’aridità tremenda e cruda di un essere umano mingherlino (così me lo ricordo), con i capelli neri, che muore. non respira più. non aprirà più gli occhi, non mangerà più una pizza, non berrà mai più una birra, non fumerà più una sigaretta o una canna, non guiderà più nessuna macchina e non bacerà più nessuna ragazza. solo un dato di fatto, arido e spoglio come solo i dati di fatto sanno essere: NON vive più.
la mancanza di perché ci rende da sempre irrequieti perché ci rende difficile, o meglio impossibile, capire. questa volta non c’è più nulla da capire. e non ci sarà più nessun perché a cui aggrapparsi.

LES MAUDITS (postato 30/05/2008)
eccoli, infine, gli oscuri signori del verbo:
CHARLES, ora pare rilassato, si fuma il suo houka, disteso si di un divano ampolloso, ricreando nel fumo che esce dalla sua bocca paesaggi esotici popolati di ninfe dalla pelle scura, adorne di gioielli, desiderose di piacere.
accanto a lui STEPHAN, corrucciato, esanime e pallido per lo sforzo di cercare un significato a ciò che ha dentro: quasi maledice le sudate carte, tanto agognate; quasi bestemmia l’azur portatore di illusione e irrealizzabilità.
non meno corrucciato pare PAUL, seduto davanti all’ennesimo assenzio. sarà questo l’infinito che va cercando? sarà esso racchiuso nel fondo del bicchiere che conteneva questa bevanda azzurrognola? ma già il suo sguardo si rilassa, abbagliato dall’immagine di qualche perversione che scorge in uno dei tanti cantoni dell’inferno.
e per ultimo il più giovane, ARTHUR: lacero, vestito di cenci, ribelle, sconsolato, canzonatore, eppure convinto di aver trovato quello che tanti invano cercano. segue una melodia strana, che la sua mente crede di sentire, mentre elabora qualche nuovo sberleffo per chi è disposto a stracciarsi le vesti con facilità.
così io vi immagino, o supremi: quieti mai, neppure nell’eternità che alla fine vi ha accolti, e dove satana stesso teme il vostro potere. lode perenne a voi! illuminate il mio cammino…
e così sia per l’eternità                 

L’ASCENSORE (postato 06/05/2008)
è un bel palazzo il suo, sì: non c’è che dire se non che è un bel palazzo. da ricchi, insomma: e detto questo si è detto tutto.
“abito proprio in una bella casetta” ,pensava lui entrando dal portone, “una casa per le persone come si deve, minchia! non come quelle case di merda che vedi passando sulla tange, quelle lì altissime e scrostate e… schifose! da pezzenti! che minchia vedi dalla finestra? smog, macchine, smog, camion… ma dai! poveretti! proprio dei poveretti!”.
intanto, i suoi passi risuonavano, quasi metallici, sul marmo scivoloso dell’ingresso. era un rumore nervoso, quasi cattivo, come se le sue scarpe volessero mordere il pavimento, o imporre la superiorità dell’uomo sull’inanimato minerale. mente e corpo dell’essere umano appena entrato dal portone si fermarono dinanzi al portone metallico dell’ascensore. un tocco, poi un altro, anche questi nervosi; ed un pensiero stizzito: “ma sto cazzo d’ascensore dov’è?”.
impronte digitali, le sue impronte digitali, offuscavano un poco il freddo e grigio metallo, di solito lucidato a specchio, del pulsante di chiamata dell’ascensore. eppure, il piccolo cerchiolino intorno al pulsante s’era già acceso di rosso: significava che l’ordine era stato ricevuto, e che l’ascensore si stava precipitando a raccogliere un altro passeggero, l’ultimo fino alla prossima pressione sul pulsante di chiamata. allora, di nuovo il cerchiolino sarebbe diventato rosso, e di nuovo l’ascensore si sarebbe precipitato su, o giù, moderna versione verticale di un qualsiasi caronte.
“finalmente si apre, sto catorcio! minchia, l’ho sempre pensato che fosse un ascensore stronzo, e dopo oggi lo penso ancora di più! a cosa cazzo serve, se non arriva mai? vabbé, saliamo…”.
sempre rosso era, il piccolo cerchiolino creato per avvisare della disponibilità di accesso a quella specie di cabina telefonica dalle porte di acciaio, rivestita dentro di specchi e di moquette, con una luce abbagliante stile lampada scialitica da sala operatoria proprio in mezzo al soffitto. ora, quel cerchiolino avvisava che l’ascensore stava facendo più che mai il suo lavoro, carico dell’ennesimo mendicante di comodità.
“e va anche piano, sta merda! prima lo aspetti due ore e poi, mentre stai salendo, puoi anche tranquillamente farti la barba: tanto, ora che arrivi… fanculo anche agli stronzi dell’agenzia: tutti fighetti, carini e sorridenti, quando si trattava di farmi comprare, ma di ste problema mica ti avvisano, gli stronzi! bastardi mangiasoldi! e adesso che cosa succede, ancora? si ferma? ma dai, mi viene da ridere… cioè, una casa da settecentomila euro con un ascensore così? ma cosa siamo, il terzo mondo? vabbé, schiacciamo il pulsante di AIUTO, questo qua con la campanella: arriverà qualcuno a prendermi: d’altronde, mica posso far la fine di un povero minchione chiuso in ascensore, io… che poi, una volta uscito da sto cesso, vado davvero da quelli dell’agenzia a spaccargli il culo, perché è soltanto un’enorme presa per il culo, questa! e sto pulsante col campanello, perché cazzo non suona? ma dio bono… suona, cristo! suona! vuoi che ti prenda a calci?”.
probabilmente, il destino aveva deciso che quel giorno, per lui, sarebbe stato un giorno di diffusione delle impronte digitali: infatti, dopo aver marcato più volte il pulsante di chiamata, toccava ora a quello di EMERGENZA entrare ripetutamente in contatto con il suo indice. un indice caldo, pulsante di rabbia e nervosismo (solo quello?), ma anche rivestito di una pelle morbida, senza calli, dalle unghie lisce e perfette: insomma, non certo una mano da pezzenti operai! ma neppure questo contatto così frenetico, per giunta con una mano di siffatta bellezza e perfezione, serviva per convincere l’ascensore a riprendere la sua rassicurante corsa…
“ma cos’è, uno scherzo? di merda però, anzi di super merda! tenere una persona chiusa dentro sto coso fermo, chissà a che piano: ma che roba è? adesso prendo a calci le porte… cristo! non si muove di un centimetro… ma dove cazzo ho messo il cellulare? adesso chiamo chi so io, e dopo vediamo chi ha ragione! ma dio bono, non prende! baraccone di un palmare di merda… bene, e adesso che cazzo faccio? unica risposta, la forza bruta: vediamo se mi ascolti, stronzo d’un ascensore! tò sto calcio, bastardo! cosa? lo vuoi più forte, figlio di puttana? tieni, allora, prendi! ahia! cazzo, mi son fatto malissimo, e si sono anche rotte le gucci nuove… ma merdaaaaaaaa! e tutti quegli altri coglioni del palazzo, dove cazzo sono? tutti in casa a farsi la domestica, intanto che la moglie non c’è, tutti in palestra vero, bastardi fighette? bastardi! bastardi bastardi bastardi! dai apriti merdaccia! riprendi! funziona! dai cazzo che son claustrofobico, e poi mi manca l’aria! dai! su su su!!! tieni un altro pugno allora, bastardo! tien… ahia! ahia! qua mi sa che mi è andato un dito! ahia! maledetto! fanculooooooo! a forza di sudare mi è andato a puttane anche il gel ed il nuovo taglio: appena fatti cristo! ma se esco, la pagherete tutti, bastardi! giuro che se esco… dai luce resta accesa! no, non spegnerti, ho paur… ecco, tombola, ci mancava solo il buio: fanculooooooooo!”.
strani rumori rimbombavano nel vano dell’ascensore, quel giorno: pugni? tonfi? scatti isterici? rantoli esagitati? chi lo sa? un palazzo di gente così raffinata non era abituato a simili rumori da plebei… fatto sta che nessuno sentì nulla.
quanto si può sopravvivere senz’aria? non molto direi… un istante dopo che un uomo abbandonava questa vita, l’ascensore ripartì: il suo ronzio tanto rassicurante tornò a colmare il silenzio che regnava di nuovo nel vano delle scale, fredde come lapidi. il cerchiolino era di nuovo rosso: qualcuno chiamava, e l’ascensore pronto accorreva; le porte si sarebbero ancora aperte, come sempre, pronte ad accogliere altri passeggeri. altri scrocconi che si fidavano di cerchiolini rossi…

DIALOGO SURREALE TRA IL CITTADINO E IL MANGIAPATENTI (postato 14/04/2008)
sabato sera, come tanti. sfondo ideale di tante troppe storie. il cittadino non ha nulla da nascondere, a sé o agli altri: si vuole divertire, è un suo diritto. viva la libertà, diamoci dentro: birra, birra, vino (gagliardo assai), altro forse non del tutto legale, uno stomaco rapidamente diventato polveriera di sostanze nocive, sprizzate fuori da ciò che resta del suo esofago sotto forma di puzzolente liquido grigio-verde in un qualche prato di una qualche località. il cittadino si mette poi in cammino automobilistico verso la sua tana: sarà anche uno sbronzone lercio, ma un letto in una stanza ed una mamma le ha anche lui. l’autoveicolo è fedele, come sempre, e lo accompagna con solerzia regolare verso il domicilio. ma…
ma ecco dietro una curva apparire il mostro mangiapatenti: sembra un’autovettura anch’esso, coi fari accesi e di colore blu, ma qualcuno nelle sue vicinanze agita e sbraccia per obbligare il cittadino a fermarsi. solite formalità, messo davanti alle quali il cittadino si muove abbastanza in scioltezza nonostante a parlare non sia proprio la sua parte migliore (più lucida, insomma, grazie alla quale magari corrompere la buona fede di qualche ingenuotto). poi il baratro: il mostro mangiapatenti lo reclama. è, codesto, un qualcosa di simile ad un enorme scarafaggio nero, dotato di occhi verde fosforescente e pieni di asterischi, adagiato sul sedile di una qualche astronave, con una schifosa proboscide come mezzo di comunicazione obbligato tra il cittadino e lui. il cittadino si presenta spavaldo, nonostante la situazione si presenti disperata. “vieni vieni, bel giovine”, gli sussurra il mostro con voce amichevole da vecchietta-lupo di cappuccetto rosso, “ma sappi che non sei obbligato a parlare con me”. messo di fronte a questa brillante possibilità di svignarsela, il cittadino accenna subito al congedo: “beh, allora se non sono proprio obbligato me ne vado via, ho di sicuro qualcosa di meglio da fare, è tardi” e via le solite scuse da pseudo bravo ragazzo che non vuole far preoccupare troppo genitori e parenti. ma il mostro infame schiaccia i fetidi occhietti verdi, che luccicano nel buio della sera e nella nebbia del cervello del nostro cittadino, e con un sibilo emette la sentenza bastarda: “allora perderai la tua vita, sappilo! io voglio solo parlare un momento con te, cercare di mostrarti il futuro, illuminare la tua mente. puoi andartene, certo: ma, come ti ho appena detto, perderai la vita. scappi perché hai paura di conoscere qualcos’altro di te? di sapere cosa ti accadrà di qui a poco? sei così debole, o creatura mortale, da preferire l’annullamento alla conoscenza?”. messo alle strette, e toccato anche un poco nell’orgoglio, il cittadino si riprende, spavaldo alza il cappuccio della sua fighissima felpa di arancia meccanica sopra la testa, e barcollando si avvia verso il mostro, incosciente verso il suo destino.
il mostro mangiapatenti ora sghignazza, soddisfatto, mentre pensa: “quanto siete sciocchi voi mortali: basta la solita tiritera sul ‘siete senza palle’ e subito vi avvicinate, fintamente coraggiosi, con le gambe che già tremano, a sfidare me, l’orribile mangiapatenti incubo di più d’uno sbarbato fermato al volante con idee confuse riguardo alla propria serata di libero divertimento!”. quasi gli scappa un ghigno, quasi le sue parole lo tradiscono, il cittadino si ferma titubante per un attimo, ma ormai è entrato in un vortice di sentimenti (che potremmo elencare come pseudo eroismo romantico, coscienza dell’impossibilità di modificare il destino, titanismo totale, poetico-patetico eroismo, necessità di conoscere il proprio valore; il tutto condito, come abbiamo visto, da una sonora ubriacatura) che lo conduce dritto dritto, come un agnellino, verso il mostro.
appena è a tiro, ecco che il mostro lo ghermisce con la sua schifosa proboscide, urlando ormai pazzo di isteria “sei mio! sei mio! soffia bastardo, soffia!”. il cittadino, meschino, sfodera subito calci e pugni, rifiuta di obbedire, urla, impreca, cerca salvezza nella disperata preghiera a un qualsiasi dio (fatto questo che conferma la sua teoria su quanto sia stronzo dio, qualsiasi dio, che non muove mai un dito per salvare quelle che dovrebbero essere le sue “creature”, ma anche su quanto siano molto più stronzi quelli che ancor’oggi credono in un qualche dio) o in un qualsiasi estremo avvenimento storico-atmosferico-criminale-politico che distragga il mostro. ma è tutto inutile, la lotta è impari.
ecco che però, all’improvviso, il mostro cede di schianto: quello che prima era un gigante si rimpicciolisce di colpo; la schifosa proboscide, prima avvinghiata come metallo attorno a gambe braccia collo bocca del cittadino, si ritrae moscia; la voce del mostro, prima così roca e potente, si trasforma in un sibilo lento e sempre più smorzato. alla fine, tutto è silenzio; e buio. anche gli occhi verdi del mostro sono scomparsi, si sono spenti nel buio della notte primaverile. ma all’improvviso un sussulto, durato un attimo infinitesimalmente breve, come canto del cigno del mostro mangiapatenti: BIP! “tutto qui?” pensa esterrefatto il cittadino mentre riprende pian piano controllo della propria respirazione e dei propri sempre più confusi pensieri; “possibile che la fine di una lotta così dura sia una simile banalità, un bip che non vuol dire un cazzo?”. purtroppo per il cittadino, le cose non stavano così. perché, se il mostro era sì ormai annullato (si seppe poi che non era morto, ma solo caduto in un breve ma necessario letargo), esso produsse il suo figlio bastardo come ultimo regalo per l’ormai sconvolto cittadino: un foglietto.
piccolo, come uno scontrino del panettiere; insignificante, banale, nullo, zero. ma con scritta sopra la maledettissima cifra della morte del cittadino: UNO VIRGOLA VENTISEI…
cosa successe poi, nessuno lo sa. teste rosa sono cadute. bisticci e ansietà e disapprovazioni hanno avuto luogo. il cittadino è miracolosamente sopravvissuto, ma a prezzo di indicibili sofferenze e durissime mutilazioni.
il flusso degli eventi ha ripreso, tranquillo ed indifferente come suo solito, il centro della scena.

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4 pensieri su “L’albatro

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