Di -ismi e condizionali

A New York ho imparato il significato vero della distanza: pochi centimetri su una mappa corrispondono quasi sempre a ore di metropolitana. Ma New York mi sta insegnando anche l’ottimismo, la reazione positiva e il guardare oltre: i due enormi buchi ora riempiti d’acqua dove c’erano le Torri Gemelle, con la Freedom Tower lì accanto, ne sono il segno più tangibile.

Eppure l’altro ieri mi sono sentito spaventato. Per la prima volta in vita mia ero nella stessa città dove stava avvenendo quello che è stato etichettato come l’ennesimo attacco terroristico a firma ISIS (ma tralasciamo che lo stesso metodo piace anche ai suprematisti bianchi come ci ha insegnato Charlottesville). Non sono stato (non potevo!) coinvolto minimamente; anzi, dopo lezione ho festeggiato Halloween intagliando zucche e sgolosando caramelle.

Però, quel confermare – pigiando un pulsante su Facebook – che stavo bene presso “l’incidente di Manhattan” è stato strano. Strano perché era la prima volta, e strano perché mi ha fatto pensare che forse l’essere umano è capace davvero di abituarsi a tutto. Sabato sera, tre giorni prima dell’attacco, ero in un bar di Long Island City che letteralmente galleggia sopra l’East River. Abbiamo tutti scelto i posti al tavolo per avere davanti le luci di Manhattan coi grattacieli illuminati, gli stop rossi delle auto e dei semafori sulla FDR Drive, le lucine a segnalare le sagome dei ponti tra Manhattan e Brooklyn. E tutti abbiamo pensato a quel giorno di settembre di 16 anni fa, quando – come ha detto uno dei presenti, classe 91 – “la nostra generazione ha avuto per la prima volta paura”. E per un attimo siamo stati lì in silenzio, a immaginare com’era lo skyline dell’isola con le due torri e a chiederci quanto rumore di sirene e di confusione ci sarà stato, quel giorno (anche se il sopracitato amico ci spiegava che ciò che quel giorno colpì fu l’enorme silenzio, come gli confermarono i corrispondenti di Stampa e Corriere che ha recentemente intervistato). 

Ecco, quel giorno abbiamo tutti avuto davvero paura. Ma poi, chissà, forse ci siamo abituati: senza più nessun evento così eclatante, o con eventi altrettanto eclatanti ma che non avevano più la novità assoluta che ebbe il primo, gli attacchi sono diventati quasi una routine. Una notizia da prima pagina ancora, magari, ma che rimanda a sole due pagine in Esteri e non anima più – nel bene e nel male – discussioni e dibattiti.

Il giorno dopo l’attacco ho preso la metro al mattino presto. Era un’alba fantastica, che – avvicinandoci a Manhattan dal ponte di Williamsburg – dava ai grattacieli della città delle tonalità rosa pastello delicate e bellissime. E per un attimo ho pensato che tutti, lì sopra, potevamo essere potenziali vittime. Ma che tutti eravamo lì sopra per andare al lavoro, o a scuola, o da un amico o chissà. Eravamo lì sopra perché dovevamo vivere anche quel giorno, anche il giorno dopo un attacco. E New York lo sapeva, e per questo non ha smesso di non dormire nemmeno quel giorno.

Di -ismi e condizionali

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Le storie

Capita che una sera a New York il Festival di Teatro In Scena presenti il monologo “Don’t tell – Non dirlo“, di e con Sandro Veronesi, e che io vada a vederlo.

Capita anche che, da qualche anno a questa parte, io abbia deciso di dedicarmi allo studio della Letteratura, cioè l’arte da sempre associata alle storie e al modo di raccontarle.

E capita che il monologo in questione sia completamente dedicato al Vangelo secondo Marco. Un testo che conosco, no? Ma certo, penso, è uno dei Vangeli, vuoi non conoscerlo? E poi, tanto, uno vale l’altro, ci sono differenze ma alla fine la storia è una sola e se anche cambiano leggermente i plots il messaggio di base è sempre lo stesso.

E invece no, proprio no. Perché il Vangelo di Marco ha delle peculiarità esclusive, unico tra i quattro canonici: è una storia, o meglio un modo di raccontare una storia, unico.

Questa è la premessa che Veronesi fa al suo monologo, con il quale analizza il testo del Vangelo dal punto di vista dello scrittore e narratore, che è il suo mestiere. Un narratore racconta storie, quindi conosce le strategie per farlo in modo efficace: come tratteggiare i personaggi, cosa togliere, come farli parlare. Ed è davvero illuminante lo sguardo di un narratore su questo Vangelo perché ci mostra e ci fa scoprire le furbizie e le strategie narrative dell’autore. Marco è infatti attentissimo al suo pubblico, che è quello dei romani di fine primo secolo d.C. ancora da convertire: lo coccola scegliendo le strategie narrative più accattivanti, taglia e dispone gli episodi (le scene) della vita di Cristo per farne risaltare gli elementi più vendibili al pubblico dell’Urbe, smussa la realtà storica. E, soprattutto, laddove la sua fonte (San Pietro) gli manca perché ignara dei fatti o reticente, Marco inventa. Dispone elementi, modifica quanto sa, cambia sguardo o punto di vista. È un narratore provetto.

Tutto questo mi ha fatto pensare a una verità ovvia quanto banale: il suo Vangelo, come gli altri, non è altro che una storia, la narrazione di una serie di fatti talmente eccezionali da meritare di essere scritti per essere conservati e tramandati. Ma, proprio per essere narrati, questi fatti – come in qualsiasi narrazione – devono essere trasformati dall’occhio e dalla penna dell’autore.

Ciò che è davvero straordinario è che tale racconto, sintesi di qualcosa avvenuto in Palestina 2000 anni fa, sia diventato poi un libro sacro. La realtà di questi fatti, filtrata dagli occhi di Marco, è diventata concreta e sacra – cioè accettata dai credenti come materia di fede – solo perché Marco la ha raccontata. Non c’è (o ci sono poche altre) nessun’altra testimonianza fattuale a validare o squalificare tale realtà, che è un racconto e quindi è pur sempre materia anche di fantasia.

Questa è la dimostrazione dell’importanza delle storie, evento che più umano non si può. Le storie sono racconto e quindi, anche se fedeli, contengono sempre una dose di invenzione, che è quello che le rende credibili e accettabili. Se uno volesse leggere la realtà si comprerebbe un giornale o si guarderebbe intorno, non comprerebbe un libro. Invece, come non vedere nel ragazzino che cerca di seguire Cristo appena arrestato – alter ego narrativo e autobiografico dell’autore che firma la sua storia – il Marino che alla fine dell’Adone metanarrativamente si presenta nel suo ruolo di autore? Marco non fa altro che raccontare una storia, una storia così potente da stabilire addirittura il dogma di una religione. Ma a posteriori, e solo per il suo carattere di narrazione e non di cronaca dei fatti.

Eccezioni

Forse pochi altri contesti, quantomeno per quanto riguarda la mia esperienza, hanno il potere di digerire tutto così come gli Stati Uniti. E a pensarci un attimo è molto più che logico: un Paese gigantesco, abitato da indigeni massacrati e poi rinchiusi dove non davano fastidio, ripopolato da gente proveniente da ogni angolo del mondo. Un Paese nato su un sogno, ingenuo e per questo potente come appunto sono i sogni: essere felici, qualsiasi cosa questo significhi; valutare a tal punto l’importanza dell’essere umano da porlo al centro del creato, re di tutto, abile soggiogatore di una Natura che qui non è più matrigna. Bastava credere a questo sogno e si era abilitati a vivere in questo gigantesco Paese.

Ecco, ora provate a pensare a come tenere insieme tutta questa diversità. Bisognava trovare soluzioni condivise ed evitare gli eccessi, sia verso l’alto che verso il basso. Per questo gli USA sono il Paese della middle-class, un concetto che va ben oltre le tradizionali categorie sociali europee – da cui pure deriva – per rappresentare la definizione antropologica dell’uomo americano. In una società così frammentata le élite non possono esserci, o comunque possono comandare solo riconoscendo – una riconoscenza di facciata, naturalmente – l’importanza del popolo, della “gente”.

Ecco perciò che l’americano medio digerisce e digerirà tutto o quasi. Che si prenderà gli aspetti più innovativi per farli suoi riducendoli a medietà priva di difficoltà. Non è un giudizio di valore, ma un dato di fatto: l’americano vive di standard perché sono l’unico modo per ricordargli di appartenere a una comunità, sebbene dai confini blandi e poco invadenti della sua individualità. E in questo standard l’americano vive e si emoziona, conduce la sua esistenza emozionale in un marasma di piattezza da cui nulla deve emergere o svettare troppo. 

Non esistono più nemmeno in Italia le partite del campionato alla domenica, ma in America solo il football rende la domenica un giorno diverso dagli altri. Gli altri sport si spalmano su tutti i giorni della settimana, e nessuna partita – o molto poche – acquista una qualche rilevanza. I negozi sono sempre aperti, la vita di tutti si adegua sugli stessi ritmi, i prodotti vanno resi omogenei per guadagnare mercato.

Ecco, l’americano non gode la sua vita ma la consuma come se fosse un prodotto da comprare e con una data di scadenza: una routine come le altre, senza nessuna eccezione a segnalare le eccellenze né quantomeno le diversità. Ma quello che si guadagna in accessibilità, come ci insegna Benjamin, lo si ottiene solo a prezzo di sacrificarne il valore religioso, di distacco eccezionale dalla nostra esistenza. Democratizzazione, e ben venga: ma senza più sorpresa né speranza a dare gioia all’incognito, solo risate preregistrate e reazioni standard. 

Break

È un altro giovedì, e i giovedì non hanno mai fatto la storia. Fuori piove, anzi diluvia, e oggi ho vissuto praticamente sempre in università: stampe, mail, su e giù biblioteca-atrio-dipartimento. In mensa il manzo alla coreana era molto buono.

Le università americane hanno queste cose fantastiche chiamate break: si sgobba per 2/3 del semestre, poi si tira il fiato. Per meglio prepararsi alla volata finale, dicono, un ultimo mese dove il tempo di solito si dilata e contro ogni metafisica ogni studente riesce a scrivere e consegnare i suoi papers. 

In verità, i break sono soprattutto il momento in cui ognuno si rende conto di tutta la stanchezza accumulatasi e il tempo buttato via durante il semestre. L’orlo di un baratro, dove echeggiano le urle disperate degli studenti: “Non ce la farò mai!!!!”.

Domani ho un volo, e tanta stanchezza accumulata. E, come tutti, so che i buoni propositi di studio e di “portarmi avanti”” si bruceranno in un quarto d’ora davanti a tutto il resto, come è giusto che sia. Ma ci penserò solo quando ritorno.

Il ponte di Williamsburg

Il ponte di Williamsburg è meno famoso di quello di Brooklyn, anche se sono vicini: tutti e due, con in mezzo il ponte di Manhattan, collegano Brooklyn a Manhattan e Manhattan a Brooklyn. Perché New York è anche una città di e sull’acqua.

Il ponte di Williamsburg sembra un ponte hipster, a vederlo la sera, perché sui due cavi tiranti che corrono paralleli alle corsie lungo tutto il ponte ci sono delle luci. Quindi, il profilo dei tiranti – che sale in corrispondenza dei due piloni e poi si abbassa nel mezzo – la sera è punteggiato di lucine che lo fanno assomigliare a uno dei mille locali di Williamsburg coi tavolini all’aperto e sopra questo intrico di lampadine.

Sul ponte di Williamsburg ci passa pure la metro, ma siccome non è la metro che uso per andare a scuola si può dire che sul ponte di Williamsburg io ci sia passato pochissime volte. Una di queste me lo sono imposto come percorso alternativo per tornare a casa, dal momento che il bus che lo percorre venendo da Manhattan mi lascia a mezz’oretta a piedi da casa mia.

Era sera, buio. Come un turista mi sono seduto vicino al finestrino, dalla parte delle porte per i passeggeri perché così potevo vedere meglio il panorama. New York era fuori, nera e gialla. Nera di buio, di gru e dell’acqua dell’East River. E gialla delle luci accese nei vari palazzi, a punteggiarne le sagome. Sembrava un film, ma nel film c’ero anch’io e l’autista e forse uno o due passeggeri.

Il ponte di Williamsburg è abbastanza breve, e l’autobus credo ci abbia impiegato 3 o 4 minuti a percorrerlo tutto. Mi lasciavo alle spalle Manhattan e mi accoglieva Brooklyn, ed era sera di fine febbraio, e non era proprio un film.

 

18

E così, caro Fabrizio, anche la tua morte è diventata maggiorenne: 1999-2017, diciotto anni che ti sei trasferito a Staglieno.

Io, come vedi, continuo imperterrito a scriverti ogni anno. Una consuetudine? Sì, ma non ancora svuotata di senso come gli anniversari che si scrivono sui calendari per non dimenticarseli.

Perché tu, infatti, non sei stato ancora dimenticato. E non solo da me.

Ci si vede stasera in Piazza Duomo, belinone: vedi di non mancare.

 

Aeroporti

Li hanno definiti non-luoghi. Sorgono in periferia, fanno un sacco di danni alle orecchie e all’ambiente, sono enormi ma vuoti. Sono posti di passaggio, di collegamento, di atterraggi attesi o odiati e di partenze allegre o tristi. Tutti gli aeroporti sono diversi ma uguali: cambiano le strutture, gli spazi, la luce; ma rimangono invariati i volumi, le procedure, le facce.

Negli ultimi due anni negli aeroporti mi sono distaccato e ricongiunto, allontanato e riavvicinato, diviso e riunito. Sono stati luoghi di lacrime disperate e di abbracci euforici, di incredibili incontri e di insicure separazioni.

Dieci giorni fa il JFK era un sogno che desideravo. Questa sera, per la prima volta, mi ha fatto meno paura. Sarà stata la neve fuori, che fa Natale, o la certezza che manca poco a rivederci. Non lo so. Ma questa sera dall’aeroporto sono tornato tranquillo. Con la certezza serena che manca poco, senza drammi.