BùLe storie

Capita che una sera a New York il Festival di Teatro In Scena presenti il monologo “Don’t tell – Non dirlo“, di e con Sandro Veronesi, e che io vada a vederlo.

Capita anche che, da qualche anno a questa parte, io abbia deciso di dedicarmi allo studio della Letteratura, cioè l’arte da sempre associata alle storie e al modo di raccontarle.

E capita che il monologo in questione sia completamente dedicato al Vangelo secondo Marco. Un testo che conosco, no? Ma certo, penso, è uno dei Vangeli, vuoi non conoscerlo? E poi, tanto, uno vale l’altro, ci sono differenze ma alla fine la storia è una sola e se anche cambiano leggermente i plots il messaggio di base è sempre lo stesso.

E invece no, proprio no. Perché il Vangelo di Marco ha delle peculiarità esclusive, unico tra i quattro canonici: è una storia, o meglio un modo di raccontare una storia, unico.

Questa è la premessa che Veronesi fa al suo monologo, con il quale analizza il testo del Vangelo dal punto di vista dello scrittore e narratore, che è il suo mestiere. Un narratore racconta storie, quindi conosce le strategie per farlo in modo efficace: come tratteggiare i personaggi, cosa togliere, come farli parlare. Ed è davvero illuminante lo sguardo di un narratore su questo Vangelo perché ci mostra e ci fa scoprire le furbizie e le strategie narrative dell’autore. Marco è infatti attentissimo al suo pubblico, che è quello dei romani di fine primo secolo d.C. ancora da convertire: lo coccola scegliendo le strategie narrative più accattivanti, taglia e dispone gli episodi (le scene) della vita di Cristo per farne risaltare gli elementi più vendibili al pubblico dell’Urbe, smussa la realtà storica. E, soprattutto, laddove la sua fonte (San Pietro) gli manca perché ignara dei fatti o reticente, Marco inventa. Dispone elementi, modifica quanto sa, cambia sguardo o punto di vista. È un narratore provetto.

Tutto questo mi ha fatto pensare a una verità ovvia quanto banale: il suo Vangelo, come gli altri, non è altro che una storia, la narrazione di una serie di fatti talmente eccezionali da meritare di essere scritti per essere conservati e tramandati. Ma, proprio per essere narrati, questi fatti – come in qualsiasi narrazione – devono essere trasformati dall’occhio e dalla penna dell’autore.

Ciò che è davvero straordinario è che tale racconto, sintesi di qualcosa avvenuto in Palestina 2000 anni fa, sia diventato poi un libro sacro. La realtà di questi fatti, filtrata dagli occhi di Marco, è diventata concreta e sacra – cioè accettata dai credenti come materia di fede – solo perché Marco la ha raccontata. Non c’è (o ci sono poche altre) nessun’altra testimonianza fattuale a validare o squalificare tale realtà, che è un racconto e quindi è pur sempre materia anche di fantasia.

Questa è la dimostrazione dell’importanza delle storie, evento che più umano non si può. Le storie sono racconto e quindi, anche se fedeli, contengono sempre una dose di invenzione, che è quello che le rende credibili e accettabili. Se uno volesse leggere la realtà si comprerebbe un giornale o si guarderebbe intorno, non comprerebbe un libro. Invece, come non vedere nel ragazzino che cerca di seguire Cristo appena arrestato – alter ego narrativo e autobiografico dell’autore che firma la sua storia – il Marino che alla fine dell’Adone metanarrativamente si presenta nel suo ruolo di autore? Marco non fa altro che raccontare una storia, una storia così potente da stabilire addirittura il dogma di una religione. Ma a posteriori, e solo per il suo carattere di narrazione e non di cronaca dei fatti.

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