Break

È un altro giovedì, e i giovedì non hanno mai fatto la storia. Fuori piove, anzi diluvia, e oggi ho vissuto praticamente sempre in università: stampe, mail, su e giù biblioteca-atrio-dipartimento. In mensa il manzo alla coreana era molto buono.

Le università americane hanno queste cose fantastiche chiamate break: si sgobba per 2/3 del semestre, poi si tira il fiato. Per meglio prepararsi alla volata finale, dicono, un ultimo mese dove il tempo di solito si dilata e contro ogni metafisica ogni studente riesce a scrivere e consegnare i suoi papers. 

In verità, i break sono soprattutto il momento in cui ognuno si rende conto di tutta la stanchezza accumulatasi e il tempo buttato via durante il semestre. L’orlo di un baratro, dove echeggiano le urle disperate degli studenti: “Non ce la farò mai!!!!”.

Domani ho un volo, e tanta stanchezza accumulata. E, come tutti, so che i buoni propositi di studio e di “portarmi avanti”” si bruceranno in un quarto d’ora davanti a tutto il resto, come è giusto che sia. Ma ci penserò solo quando ritorno.

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