Aeroporti

Li hanno definiti non-luoghi. Sorgono in periferia, fanno un sacco di danni alle orecchie e all’ambiente, sono enormi ma vuoti. Sono posti di passaggio, di collegamento, di atterraggi attesi o odiati e di partenze allegre o tristi. Tutti gli aeroporti sono diversi ma uguali: cambiano le strutture, gli spazi, la luce; ma rimangono invariati i volumi, le procedure, le facce.

Negli ultimi due anni negli aeroporti mi sono distaccato e ricongiunto, allontanato e riavvicinato, diviso e riunito. Sono stati luoghi di lacrime disperate e di abbracci euforici, di incredibili incontri e di insicure separazioni.

Dieci giorni fa il JFK era un sogno che desideravo. Questa sera, per la prima volta, mi ha fatto meno paura. Sarà stata la neve fuori, che fa Natale, o la certezza che manca poco a rivederci. Non lo so. Ma questa sera dall’aeroporto sono tornato tranquillo. Con la certezza serena che manca poco, senza drammi.

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