Meglio?

Bene, come al solito il candidato per cui tifo non ha vinto: queste elezioni “storiche” le ha vinte Donald Trump contro ogni pronostico. E ora, come si suol dire, lecchiamoci le ferite. O, molto più realisticamente ed efficacemente, cerchiamo di capire come mai l’impensabile è realtà.

Tra le stronzate più grandi sentite nell’immediato post-elezioni c’è stata anche e soprattutto quella che “ma perché devono votare tutti?”. Beh, mi viene da rispondere, devono – o almeno possono – votare tutti perché siamo in democrazia, ed è troppo comodo che questo vada bene solo quando vince chi piace a noi.

Secondo me, bisognerebbe riflettere sul fatto che – dentro la nostra “società occidentale” – si sono create due anime che non hanno niente in comune, e quindi non parlano la stessa lingua. Da un lato c’è un’anima concreta e realistica, che punta all’immediato senza troppe paranoie. E dall’altro c’è un’anima minoritaria, autoconvintasi di essere la depositaria dell’unica verità su qualsiasi questione, impratica e sempre pronta col ditino alzato e la penna rossa a correggere l’altra. La prima, spesso demonizzata, ha votato per Trump (o per la Brexit); la seconda, autoincensantesi, per Hillary (e per il remain).

A costo di risultare ripetitivo, ripropongo un discorso che vale per questa questione ma che viene applicato innanzitutto al mercato del libro. Ovvero: l’élite culturale che disprezza Fabio Volo o Liala e chi li legge, senza fornire però nessun altro prodotto che li sostituisca. Col risultato che questi lettori avranno sempre e solo “libri di merda”, come li definirebbe l’élite, quando invece basterebbe ascoltare e capire le esigenze di un pubblico diverso, privo magari delle competenze culturali dell’élite ma non per questo immeritevole di migliori prodotti.

Lo stesso si è ripetuto con queste elezioni e la Brexit: elettori demonizzati perché non considerati all’altezza, che hanno avuto “candidati di merda” perché si è pensato che fossero gli unici che si potessero meritare. Candidati, per questo, demonizzati e mai presi seriamente in considerazione. È inutile, perché lo sapevamo già, dirci che Hillary ha vinto nelle college towns; perché nessuno dei docenti di quelle college towns ha chiesto a chi gli viveva intorno, nelle sperdute periferie e campagne americane fatte di nulla e domande, chi votava e in base a cosa?

Al di là delle (molte) mancanze di Hillary, credo che una soluzione al problema vada trovata stabilendo di nuovo una comunicazione tra queste due anime della nostra società. Ognuna è necessaria all’altra, ma il cambiamento economico che stiamo attraversando rende da un lato l’élite insopportabile, adagiata su privilegi che non esistono più, e dall’altra il resto della società come rancoroso e rabbioso perché privato di sogni che gli hanno insegnato a perseguire perché realizzabili, se non poi ritrovarsi nella stessa situazione di prima.

Parliamoci, dialoghiamo. Abbassiamo le nostre creste, noi dell’élite (ne faccio parte anche io, come dimostra il PhD che sto seguendo), e cerchiamo di capire anche i punti di vista di chi non la pensa come noi non perché è peggiore a priori, ma perché – per mille ragioni – non si è mai potuto permettere di pensarla come noi. 

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