Due duomi

Ci sono modi diversi di nascere in provincia. Se sei di Legnano, per dire, puoi sempre cavartela con “Sono di Milano” e nessuno obietterà; se sei di Malonno, o Ono San Pietro, anche a dire “Sono di Brescia” cambia poco.

Essere nati in questa provincia “sconosciuta”, fatta di piccolissimi paesini e di montagne, rende il tuo capoluogo di provincia quasi mitico. E Brescia lo è stata, per me e tutti noi, da “bocie”. Brescia innanzitutto era lontanissima, perché sono 60 km ma in treno continuano a durare quasi due ore e fino a pochi anni fa anche in auto ci si metteva quel tempo: quindi Brescia era lì, sotto il lago, ma per noi già arrivare a Iseo era una mezza impresa (“Sì ma da lì è poco”: eh, grazie). E Brescia era la classica città che non si cagava mai nessuno se non per prenderti in giro per come parli, “pota” di qui e “pota” di lì, e fino a Baggio – e solo con lui – manco con il calcio ci potevamo consolare (che, poi, io sono juventino, e il Brescia di suo non lo posso sopportare). Se finivamo al telegiornale era per pochissimo, e non ricordo nessuna grande attenzione mediatica se non per qualche fatto di cronaca nerissima (Desiré a Leno, poi il tizio dei Donegani: ma ormai ero all’università). Eppure – e l’ho scoperto solo la settimana scorsa – Brescia è bella.

Brescia è innanzitutto assurda. Una città piccola ma con infrastrutture da grande (l’Ospedale, che qui si chiama Spedali Civili; il trasporto urbano; ora la metro), sempre un po’ schiacciata tra le aspirazioni che non può permettersi e le occasioni sprecate o mancate. Una città assurdamente cospolita: scendi alla stazione, e fino all’imbocco delle prime case del centro storico passeggi in un regno african-ucraino, un paesaggio urbano e metropolitano equamente diviso tra ragazzoni neri e nerissimi e badanti dell’Est. Un porto franco dove l’italiano è lingua di minoranza, delimitato dalle torrette della stazione – dove ho mangiato credo il mio primo mcdonalds –  e disseminato di kebabbari, negozi di cover di cellulari e agenzie per invio di denaro all’estero.

Ma poi Brescia è assurda anche nella sua pelle. Ci sono due duomi – ora, ditemi, quante città hanno due duomi? Uno più antico, l’altro nuovo – affiancati e perfettamente “funzionanti” (quello vecchio è una rotonda, e – come ci spiegavano durante l’immancabile gita delle elementari – infossato nel terreno perché “una volta la città era a quell’altezza lì”). Occupano maestosi una piazza rettangolare, quello nuovo un palazzo di trenta piani che si alza improvviso, con la cupola di rame ormai “verde”. Accanto c’è il Broletto, perché questa era la piazza del potere. Invece, dietro c’è piazza Loggia: di quella, da piccoli, ci raccontavano solo come mai il tetto della Loggia è verde e ci facevano vedere i macc de le ùre quando segnano l’ora. Nemmeno a sedici anni – quelle estati che prendevamo il treno in mattinata per andare a Brescia, che era come dire “andare a Las Vegas” a far lo struscio e tornare la sera – ci andavamo mai, anche se era a due passi dai portici e da corso Zanardelli e da quello Spizzico dove andavamo sempre. Crescendo, ho letto e saputo, ho ascoltato gli audio della strage (con la bestemmia in diretta che rende bene lo sgomento puro del bresciano doc), e allora ci sono andato: e mi è sembrata così piccola e indifesa, la piazza, e quel monumento sobrio e asciutto come solo noi bresciani siamo, allergici a tutte le cerimonie. Ma poi Brescia è tanto altro: è il tempio romano, quello dove ci avevano portato in gita alle elementari e avevo preso appunti e poi un Bravissimo o Ottimo nella verifica a scuola. È Santa Giulia, il museo dov’ero venuto per una mostra sui Longobardi, ospitato da mia sorella, una occasione di svago per me dieci o dodicenne dalla routine del paese. È il castello, bellissimo, dove andavamo a passeggiare sedicenni e dove sono poi ritornato con Clara. È il Giornale di Brescia, che mi concede di scrivere da quasi tre anni, in un palazzo moderno con una enorme cartina della provincia fatta in legno, con i rilievi altimetrici. È piazza Vittoria, architettonicamente fascistissima e oggi monumento a cielo aperto.

È una città con tante facce, da quelle dei ragazzi senegalesi della stazione che ti salutano in dialetto a quelle degli gnari che fanno i fighetti girando con le Mercedes del papi in piazzale Arnaldo. È una città con delle vie dai nomi assurdi – vicolo delle Galline, contrada delle Cossere, corsetto Sant’Agata – tutte naturalmente ordinate. Perché il bresciano trasgredisce poco. E, anche se lo fa, poi mette a posto. Sempre.

È davvero bella, la Leonessa: Brixia, la città dei due duomi.

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Brescia, stazione (foto rubata dall’account Instagram di Clara)
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