Festivàl

A pensarci bene, il problema di Sanremo è solo uno: che cosa è Sanremo? Il festival della canzone italiana, risponderete voi.
Molto bene. Quindi, come riporta Garzanti Linguistica alla voce festival, si tratta di una “manifestazione artistica che si tiene periodicamente, per lo più sempre nella stessa località, per presentare al pubblico opere teatrali, musicali o cinematografiche”. Bene: una manifestazione artistica dedicata alla canzone italiana.
Ma quale canzone italiana? Non siamo più ai tempi di Modugno, quando lo si ascoltava per radio ed era l’unico modo per sfondare: la canzone italiana è un filino cambiata da allora. Il problema dunque sono le canzoni, perché quelle selezionate costituiscono sempre di più un esempio di nazional-popolare all’italiana. Cioè, un nazional-popolare concepito per essere solamente un modello deteriore di consumo. E questo è un peccato, perché il festival potrebbe essere molto di più.
Il festival è ridotto a una macchietta per un semplice motivo: non lo si considera per quello che dovrebbe essere, cioè uno show. Ovvero, in altre parole, uno spettacolo. Sanremo non è l’accademia della musica e non è concepito per i professionisti dei conservatori ma per un pubblico il più ampio possibile, che lo guarda per svagarsi. Invece, a Sanremo si chiede sempre di essere eccelso, magnifico, elevato; innovativo e sperimentale ma allo stesso tempo godibile e di qualità. E questo è il primo errore: basterebbe fare uno show che fa divertire senza per forza l’obbligo morale di doverlo considerare una rassegna di avanguardia. Se ho imparato qualcosa dall’America è proprio la passione dell’americano per lo show: sono forse stupidi gli show di Broadway, degli stand-up comedians, all’half-time del Superbowl? No: sono leggeri, pensati per far fare risate. Ma sono accuratamentissimamente preparati fin nel minimo dettaglio. Se gli americani avessero Sanremo lo butterebbero in vacca molto meno di quello che facciamo noi ogni anno.
Infatti, noi italiani la buttiamo sempre e solo in caciara, con ospiti pescati a caso, format ingessati, sprechi di soldi a caso e, soprattutto, canzoni brutte. Questa è la caratteristica peggiore di Sanremo, quella che ce lo fa considerare una minchiata: il fatto che le “canzoni da Sanremo” debbano essere solo pezzi idioti che entrano nella testa con ritornelli snervanti (e vendano). Lo si è visto qualche anno fa, nel 2010, in quello che secondo me fu l’ultimo festival decente a livello musicale, quando le canzoni più belle vennero scartate e la minchiata di Emanuele Filiberto arrivò seconda, con enorme disappunto (condivisibilissimo) dell’orchestra. Anche quell’anno l’handicap di Sanremo fu la sua identità ambigua: un festival con canzoni belle, “di qualità”, deciso col televoto dalle ragazzine che votarono la canzone più commerciale. In bilico tra la pseudo-elitaria qualità delle canzoni e il peso eccessivo dato alla giuria popolare.

Insomma, basta con questa pretesa di fare le cose culturali quando non servono: fate un prodotto medio ma che sia fatto bene, tanto sono solo canzonette. E va bene così.

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Allegria! (foto presa da Wiki: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/a/a2/Statua_di_Mike_Bongiorno_a_Sanremo.JPG)
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