Forme

Svegliarsi presto ha sempre qualcosa di magico, che sebbene non giustifichi la sofferenza di poche ore di sonno ti fa sentire un mezzo eroe. Mentre tutti sono ancora beati sotto le coperte, tu inizi le centomila sfide della giornata (a cominciare dal trovare il pulsante giusto per accendere la luce, rincoglionito come sei).

Guadgnata la posizione verticale, doccia e colazione in stato confusionale, ti addentri fuori. Tutto è buio, e nel buio niente ha una forma. Percepisci qualche sagoma, ma nulla di più, e solo perché conosci i posti. Solo le porte si vedono, le poche cose illuminate, coi loro vetri e i numeri civici sopra, a ricordarti che l’umanità non è scomparsa.

Brancoli nel buio, ti chiedi dove sei o perché oggi è meno buio ma più freddo di ieri. Riconosci Venere perché fa una luce che sembra un fanale di San Siro, nel cielo sereno, proprio dove ieri notte c’era la cintura di Orione. Arrivi alla fermata del bus, e dall’oscurità poi sbuca questo mostro di luce che ti apre la portiera e fa salire.

E poi, di colpo, strisce azzurre poi bianche poi rosa poi arancioni all’orizzonte; gracchiare di corvi; i pochi fanali si spengono. È giorno, non si torna indietro, si può solo cominciare e andare avanti.

E fu sera, e fu mattina. E non possiamo farci niente.

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