L’arte del brutto. Ovvero: perché gli autisti di bus guidano così male

Qualche settimana fa parlavo con un ragazzo portoghese, venuto a Bloomington a trovare la sua fidanzata greca (amica mia). Mi raccontava del suo primo impatto con gli Usa, ovvero Chicago: una città “impressionante”, diceva, che in Europa non puoi nemmeno immaginare. Dove per strada, invece dei palazzi, ti vedi spuntare accanto grattacieli di centinaia di metri. “Impressionante”, ripeteva, “the USA are impressive”. Yes, and what else?

Una mancanza che un europeo sente tanto, qui, è la mancanza della bellezza. Non parlo di cose singolari ma di estetica associata alle case, ai monumenti, alle città. Per un italiano la questione è seria, e i primi mesi – ma anche oltre – fa male un po’ al cuore. Abito in “semiperiferia”, spazi enormi delimitati da strade che si tagliano a angolo retto, casualità di una lottizzazzione che in Italia sarebbe sicuramente finita male e che qui ha prodotto blocchi di appartamenti, complessi ognuno col suo nome, accanto a un gigantesco centro commerciale. Tutto molto anonimo, ma con una desolazione ancora maggiore che – per dire – a Quarto Oggiaro o in via Padova: perché a Milano il tutto è uniformemente grigio desolato, mezzo rotto, sporco; qui invece mantiene una parvenza di decenza che però lo definisce unicamente come mediocre. Le palazzine di viale Padova non hanno la pretesa di essere belle, i complex di Longview Avenue sono progettati per essere belli nel senso americano del termine. Ovvero: ordinati, funzionali, geometrici, rigidamente uguali e ripetitivi. Tutti uguali. La felicità e il comfort dipendono dallo stipendio, molto più che in Italia. Ma manca un minimo criterio estetico: non parlo di decorazione ma del pensiero della bellezza come fonte di soddisfacimento e quindi di piacere. Un soddisfacimento difficile da provare in camere con le finestre che partono a 20 centimetri da terra, in bagni ciechi con la ventolina e nemmeno una finestrella, in pareti di cartone.

Sarà che sono europeo, anzi italiano, ma questa non è una mancanza da poco. Passeggi in centro e ti vien male, dato che – a parte una fila di negozi e bar e locali – non c’è nulla che meriti la qualifica di bello. E ok che sono una nazione giovane e che non amano le formalità, ma un universo pensato per la pura e semplice funzionalità dopo un po’ – credetemi – è asfissiante. È un universo che trova valore sono nella realizzazione perfetta di un piano preordinato, dove tutti occupano il loro posto ordinatamente. Dove la creatività – o anche solo l’immotivato – non trovano posto.

Gli americani non ci pensano. Gli americani hanno forgiato la natura perché li ubbidisca. Gli americani se vogliono fare una cosa la fanno, perché sono americani e non capiscono perché si dovrebbero privare di un desiderio. Anche quando – anzi, soprattutto – la propria soddisfazione singola va a discapito di quella massa senza confini che si chiama mondo, fatta di uomini cose natura animali.

L’estetica è gratuita, è considerazione dell’altro o degli altri, è fare qualcosa per il solo piacere di dare una soddisfazione a qualcuno, senza chiedere niente in cambio. Qui, gli autisti di bus guidano malissimo: accelerate e frenate a caso e all’ultimo, sbalzi continui per i passeggeri, vomito latente. Ah, i passeggeri: cosa sono, per l’autista? Perché l’autista, che già gli fa il favore di portarli in giro senza fargli fare la fatica di camminare, dovrebbe anche sentirsi obbligato alla guida dolce perché non gli vomitino addosso o non sbattano la testa sui finestrini?
Capito?

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