Un altro

Ventiquattro ore fa anche l’evento più probabile era imponderabile, perché ventiquattro ore fa era un giorno fa e il tempo dell’oggi che si è appena concluso doveva ancora venire.
Ora che è venuto è passato, e un altro giorno è andato. Sveglia, doccia, vestirsi, colazione: fin qui tutto bene. Apri la porta e bam, un turbine di eventi che ti prende per la maglia e ti trascina a fare tutto quello che devi fare: bus biblioteca compiti correzione Twitter e-mail Facebook proposta paper correzione, da ripetere all’infinito. Così tanto che ti sorprendi se hai risparmiato tempo per, che ne so, una serie tv, un libro che vuoi leggere per tuo piacere, una passeggiata non di corsa, un caffè.

“Sì ciao. Come sto? Bene grazie. Un milione di cose da fare, da pensare, da decidere. Tu?”: 7000 km si polverizzano in un baleno nella stessa risposta (“Mente cotta, troppo lavoro”).

E allora procediamo verso un altro giorno lasciando indietro quello che è appena finito, abbracciando quello che gli si è appena sovrapposto. Senza la tragicità dell’esserci avvicinati di un giorno alla nostra morte (maledetti libri del ‘600), siamo comunque un giorno avanti. Un giorno in meno rispetto a qualcosa, perché c’è sempre qualche traguardo che ci aspetta.

E al passare del tempo non possiamo davvero farci niente.

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