Il mese più lungo

Partire, decollare, volare, atterrare. Aspettare la navetta. Scendere da qualche parte. Aspettare un bus. La chiave gira nella serratura. Tutto ok, rieccoci, ripartiamo. Basta fare mente locale e via.
Non dico fosse una routine, ma insomma quasi. Non mi aspettavo grosse sorprese, grandi pianti o profonde malinconie, ormai sapevo a cosa andavo incontro.
Ah, ma c’era amico Imprevisto e non l’avevo notato: che peccato. Così eccomi come su una spiaggia, sereno e rilassato, e nel momento esatto in cui guardo il mare vedo anche un’onda gigantesca, che cresce sempre di più. Ma mi sorprendo a rimanere abbastanza sereno, “Tanto so nuotare, in qualche modo mi arrangerò”, davanti a quest’onda. Che, nonostante la mia (ormai solo più quasi apparente) serenità, non si infrange sulla spiaggia, non è lì per sfracellarmisi addosso, ma solo per spaventarmi. Ma io rimango lì fermo, le gambe un po’ tremano certo, però non sto arretrando. Chissà perché…

Le giornate che non finiscono mai, la stanchezza perenne, il senso di essere rimasto indietro, di dover fare di più, la voglia e la volontà di mettercela tutta, la settimana che si sfilaccia, le previsioni andate a ramengo, un passo dopo l’altro anche se il bus non passa arrivi comunque a casa. E tutto che sovrasta, filtra, attraversa, sfida il mio corpo. Che, incredibilmente, non molla. Rimane, e io con lui.

E fu sera e fu mattina: trentesimo giorno.

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