Via

(Un piccolo intervento su un piccolo blog che non leggerà nessuno, ma che riguarda un po’ tutti)

È facile, estremamente facile, diventare intolleranti e razzisti. Chi non lo è mai stato, almeno un pochino? Così, anche solo per scaricare un po’ di tensione a caso su un capro espiatorio a caso.
Poi c’è chi soffia sul fuoco e tira acqua al suo mulino, e insieme a chi odiare ti suggerisce chi votare. Dai discorsi privati al voto il passo è breve: anche perché il voto è pur sempre affare privato. Purtroppo, però, a volte rischia anche di strabordare, e dalla rabbia al voto agli slogan il passo è altrettanto breve. E poi gli slogan rischiano di diventare veri e di coinvolgere qualcuno per davvero: è successo anche a me. E si perde la tramontana e si dicono cose infami. E ci si dimentica il significato dell’aggettivo “umano”. Soprattutto quando lo si associa al qui e ora e lo si rifiuta a chi ha il coraggio di andare via.

Sono a Bloomington da un anno. Non sono siriano ma italiano, non sono un rifugiato ma uno studente (=un privilegiato), non ho viaggiato in barcone ma su un aereo dove mi hanno rifocillato e ho un visto regolare. E capisco l’inglese.
Ma in questi giorni, quando per un problema burocratico ho dovuto consultare uffici e interpretare le leggi – mai sicuro al 100% di quello che capivo -, mi sono sentito insicuro e un po’ sperduto. Anche io, studente europeo bianco, nella civile America. E anche io sono qui perché il mio Paese non riesce a darmi quello che mi serve.

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