Milano, 2015 (con o senza Expo)

Il mio rapporto con Milano è stato fin da subito sorprendente: scelta quasi per caso per i miei studi universitari (la grande città; fare Lettere ma non in Cattolica; un amico del liceo che mi aveva proposto di condividere casa), capitatoci attapiratissimo in un pomeriggio piovoso d’ottobre, fu quasi da subito amore. O, se non amore, grandissima simpatia.
Per me, camuno e abituato alla routine del mio paesino, Milano è stata scuola di vita: qui sono diventato grande in tutti i sensi, da quello più pratico del saper vivere da solo a quello più complicato della maturazione intellettuale (e sentimentale, perché che io abbia una fidanzata lo devo anche a Milano). È per questo che ci sono così attaccato: ci sono lo smog, i rumori, i disagi, la folla; ma – dopo Mezzarro – qui è casa, per me.
Solo che Milano, un po’ come tante delle donne che per antonomasia si associano a questa città, è vanitosamente superba: sa che attira per l’apparenza e che non puoi farne a meno e un po’ quindi se ne frega, di te; tanto, lo sa che quello che hai bisogno sei tu, non lei.
La mia Milano è stata spesso così: abitavo in Darsena quando era un deserto di copertoni e frigoriferi abbandonati in acqua putrescente; andavo in Statale quando per miracolo la sede di Festa del Perdono non ci crollava addosso; prendevo il bus da Garibaldi in un piazzale da Terzo Mondo dove la biglietteria era in un container. Poi ho dovuto lasciarla per l’America, e sono tornato dopo nove mesi. E non so, sarà che quando vai via e torni tutto ti salta subito agli occhi, ma Milano l’ho trovata rinata, con qualche piccolo accorgimento che la rende più a misura d’uomo (un miracolo, per questa città). Non pretendo qui di fare un’analisi seria e puntigliosa (non sono un’urbanista né un architetto) e la mia è una visione parziale, ma ci sono un sacco di cose che mi piacciono. A Garibaldi, nel piazzale da Terzo Mondo è spuntato un grattacielo bellissimo con una nuova piazza: ok, i prezzi han triplicato, ma almeno di notte non si ha più paura a passeggiare per quelle zone (prima, dalla fighettaggine di corso Como si piombava in una specie di Bronx). La vecchia Fiera e la zona intorno a Garibaldi si sono riempite di altri grattacieli che danno alla città un profilo decisamente moderno e Usa: provate a guardare verso il centro quando state per entrare in Centrale col treno, o sbirciatela dall’aereo se state per atterrare a Linate, e poi ditemi. L’Expo ha ripulito la faccia della vecchia “capitale morale” rendendola un po’ meno stronza e ipocrita, obbligando i milanesi – tutti, soprattutto quelli che corrono sempre – a fare una pausa e guardarsi intorno per accorgersi degli altri esseri umani intorno a loro. La linea lilla del metrò (i milanesi lo chiamano metrò) mi piace un sacco, interventi urbanistici di riqualificazione ne vedo ovunque: peccato solo che il traffico non diminuisca mai.
Concludo la mia analisi parziale con la Darsena, simbolo di quello che volevo dire: un luogo che era bello ma che era lasciato a se stesso è stato riqualificato e restituito alla città come posto di tutti e per tutti, e i milanesi lo hanno capito da subito (forse anche troppo, come l’altra sera). Non ci voleva molto, insomma, a capire che pensare all’uomo può essere la soluzione migliore per vivere un po’ meglio tutti.
Milano sembra averlo capito. Peccato lo abbia fatto proprio quando io me ne sono andato via.

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