Mangiare

Ebbene, l’America mi ha reso anche chef. Siccome quando si è lontani da casa emergono gli stereotipi, da buon italiano sono stato classificato come amante della buona cucina e quindi cuoco. E, come regalo di compleanno, una mia amica mi ha chiesto di cucinarle un risotto: mi sono sentito Cracco per un giorno, con tre persone che mi chiedevano cosa fare e come aiutarmi. Ero quello che sapeva mettere insieme gli ingredienti e farme qualcosa di diverso e di speciale, insomma. E mentre tagliavo scrupolosamente la cipolla, misuravo le manciate di riso, spruzzavo il soffritto di vino bianco riflettevo sul significato dell’America che il suo cibo rende manifesto.
In America mangiare è un’industria, per chi produce cibo e per il suo consumatore. Perché stare a pensare all’abbinamento di sapori, alla preparazione scrupolosa dei piatti, alla ricerca di ingredienti particolari e raffinati se quello che conta è – alla fine – riempirsi la pancia, magari nel modo più economico possibile. Obesità, sproporzioni, disordini alimentari si spiegano anche con questo, e con una cultura che ruota solamente intorno al denaro come mezzo di paragone. Vallo tu a spiegare che un piatto di casoncelli nostrani burro e salvia, un salmì con la polenta, un risotto ai porcini non possono avere prezzo, se sono davvero buoni e genuini.
Ma il cibo americano è importante per un altro significato che la sua indifferenziazione ha: nessuno sa cucinare, tutti mettono insieme qualcosa alla meno peggio e via. Il cibo perde totalmente la sua importanza, e un carpaccio di pesce spada si differenzia da un basket di fried chicken a KFC solo per il posto dove lo servono e il prezzo che ha. Il cibo è un po’ lo specchio di una società che appiattisce tutto su un livello generale di medietà, riducendo la tipicità e l’originalità a episodi bizzarri, più che notevoli. E quindi chissenefrega saper cucinare, ma anche chissenefrega sapersi vestire bene, abbinare i colori, arredare una casa. Siamo tutti uguali, no? Sì, concordo: ma nel senso deteriore del termine, quello che spinge le cime di eccellenza verso la piattezza della mediocrità e non innalza invece il mediocre.

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