Ansia

Era questo che faceva paura. Neanche tra loro non si conoscevano; traversando quelle montagne si capiva a ogni svolta che nessuno lì si era mai fermato, nessuno le aveva toccate con le mani. […] Veniva il giorno che uno per toccare qualcosa, per farsi conoscere, strozzava una donna, le sparava nel sonno, le rompeva la testa con una chiave inglese.

(Cesare Pavese, La luna e i falò)

L’ho viaggiata finalmente un pochino anche io, l’America: un po’ di Illinois a Ovest, di Kentucky e Tennessee a Sud. Distanze che sembravano infinite, come direbbe Guccini, perché a vederle su Google Maps sembrano vicine, e poi ti accorgi che come minimo sono sempre 4 ore d’auto.
L’America è soprattutto spazio. Non ho avuto modo di visitare altro che il Midwest, e in questo caso lo spazio è qualcosa che schiaccia: orizzonte piatto, una strada dritta e sopra solo cielo. E per chilometri niente di niente. Sembra che tutto quel cielo abbia un peso enorme, che da un momento all’altro possa venire giù e schiantarsi e schiacciarci come formichine invisibili.
Non credo bisogna sorprendersi dunque di tutte le chiese, di qualsiasi credo, che si incontrano: come sopportare tutta questa solitudine? Non è un caso che la mentalità calvinista su cui gli Stati Uniti si fondano abbia incarnato Dio nella realizzazione materiale (cioè, nella ricchezza la cui prova tangibile è il denaro): solo Dio, o qualcosa di metafisico, può dare un senso a una vita in queste lande.
Percorrendole ho provato una certa ansia, che credo Pavese abbia saputo descrivere meglio di me: l’ansia della solitudine, del non sapersi rircordato e quindi non sentirsi amato, del non ritrovarsi negli altri. Tutto questo spazio mi dà ansia perché mi sembra impossibile da capire, da ordinare, perché è così impersonale che mi ci smarrisco.
E anche le città sono così: incroci a angolo retto, semafori, edifici ammucchiati a caso senza nessunissimo senso estetico. Trasmettono la sensazione di persone che vivono assieme perché obbligate, forzate dall’istinto di sopravvivenza (che ha tante forme), più che perché lo vogliano per davvero. Sono molto europeo, e molto italiano: proprio per questo certi particolari sono ancora più evidenti.
“Il cielo dell’America son mille cieli sopra un continente”, cantava Guccini in Canzone per Silvia. Un continente che forse non sarà mai a misura di uomo per la sua immensità, e che per questo manterrà sempre un lato oscuro selvatico e naturale. Che può fare paura, attirandoti volente o nolente, o metterti ansia.

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8 pensieri su “Ansia

  1. Non stupirti delle chiese, in fin dei conti sei nella Bible Belt! Piuttosto… cosa mi dici dei cartelli “Jesus saves”? Io ho fatto tutto un reportage fotografico in merito 😛 Quellli SI che sono angoscianti! Lo pensa pure la mia ipercattolica madre…

    1. Vero, ho dimenticato di menzionarli. Quelli in fondo sono rassicuranti: basta una telefonata e Gesù ti salverà l’anima. 🙂

      1. Sì beh poi ci sono pure quelli “Hell is real” e il mio preferito di sempre: “And if you die today are you ready for eternity?”. Lasciamo perdere quali reazioni scatenerebbe in Italia… (e quanto durerebbe)

        1. Beh, almeno qui li mettono fanatici religiosi che fuori dalle loro chiese non possono fare molti danni. In Italia slogan del genere li userebbe la Lega o Magdi Allam.

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