È questione di?

Ieri ho messo ufficialmente piede per la prima volta nel campus di Indiana University, qui a Bloomington. L’impatto è stato a dir poco pazzesco: come per ogni altra cosa, negli Stati Uniti sono le dimensioni a spiazzare – al primo impatto – noi europei. Leggo sulla pagina di Wikipedia di IU che il campus ha un’estensione di 1937 acri, che sono la bellezza di 7,8 km quadrati: come se più o meno tutta Breno fosse fatta di edifici universitari. Non so esattamente quanti siano, ma so che sono così tanti – e che l’università è così grande – che a noi nuovi studenti hanno spedito una mappa del campus.

Dopo mesi a immaginarla attraverso Google Maps, metterci piede è stato da un lato avere la percezione che effettivamente esiste ed è come l’avevo sempre vista in fotografia: che è come quando vedi un attore in un film e poi dal vivo, non è la stessa cosa. Dall’altro è stato, per la prima volta concretamente e per l’ennesima astrattamente, chiedermi: ma come fanno? Come mai, per studiare Italiano, sono finito in una cittadina semisconosciuta degli Stati Uniti e non sono invece a Milano o Roma o Brescia? È questione di scelte, naturalmente; e come mai io e tanti altri siamo approdati a questa scelta?

Dentro al campus ci sono due biblioteche, un museo d’arte, un teatro e tutto il resto (tra cui un edificio, la Indiana Memorial Union, con un negozio Apple, un albergo, un cinema e un bowling, e questi ultimi gratuiti per gli studenti). Continuare a elencare tutte queste “meraviglie” ha senso solo se proviamo anche a ragionare sui perché si trovino proprio qui. La prima risposta potrebbe essere che le università americane sono costruite secondo tale modello, che l’enorme disponibilità di spazio del territorio americano consente; d’accordo, ma è una spiegazione che vale solo a posteriori. Una spiegazione più valida potrebbe e dovrebbe invece valutare su quali basi finanziarie ed economiche queste università si fondano. Le nostre, in Italia, cadono a pezzi perché allo Stato non interessano più di tanto; il campus di Bloomington ha invece – leggo sempre su Wikipedia – un fondo di sostentamento che nel 2011 era pari a 1,57 miliardi di dollari. Per quanto ricchi siano gli Stati Uniti, è impensabile che tutti questi soldi arrivino dal governo; così come, sebbene le rette di frequenza siano molto alte, solo dagli studenti. Sono i privati a investire e sono le università stesse a funzionare come aziende. E questo è secondo me un punto importante su cui riflettere: fino a che punto un’università può considerarsi azienda? Era questo uno dei capisaldi della riforma Gelmini: aprire i consigli di amministrazione delle università pubbliche italiane ai privati. Il rischio qual è? Che i privati facciano prevalere i loro interessi con il ricatto dei finanziamenti.

Non credo sia giusto che un’università funzioni come un’azienda, però non è nemmeno giusto che un’università pubblica di un Paese ricco di cultura come l’Italia debba sempre rischiare il default finanziario. Indiana University ha una sua propria banca, addirittura: questo è molto americano, certo, ma è solo un esempio di come l’università si muova e si consideri come azienda.
Il sapere dev’essere sempre libero da vincoli e da condizionamenti esterni, ma senza università dove studiare – costrette a ridurre le ambizioni dei propri studenti per mancanza di fondi che non siano statali – il sapere che fine fa? Forse, dovremmo rifletterci un po’.

 

Indiana University - Medicine

 

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6 pensieri su “È questione di?

  1. E’ anche vero, però, – correggimi se sbaglio – che in America solo chi ha i soldi può andare all’università.
    Certo, ci sono le borse di studio, ma dubito che finanzi proprio tutti gli studenti meritevoli.
    In Italia tutti – con un po’ di sacrifici – si possono permettere l’Università.
    Dall’altro lato, però, penso che – con le giuste regole – l’ingresso dei privati nelle università sia un bene.
    E’ un argomento difficile!

  2. Sì volevo riflettere proprio su come i privati possano fare bene alle università e se lo possano fare.
    Sull’accesso, hai abbastanza ragione.

  3. TIpo, è una cagata: ma perché queste università riescono a crearsi un brand che vendono attraverso magliette e gadget – fidelizzando la gente – e le nostre università non lo fanno? Solo Cattolica, PoliMi e forse Siena fanno cose del genere. Eppure, considerato quanto fighi ci percepiscono all’estero, sarebbero entrate abbastanza sicure.

    1. Dario, non lo sapevo.
      Ma è significativo che il sito shop.unibs.it sia attualmente un dominio in vendita, invece che avere in vendita i prodotti dell’Unibs. No?

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