Il crisma dell’ufficialità

Matteo Renzi non mi sta simpatico, l’ho detto più volte. Mi dà fastidio quella sua aria da furbetto che, a differenza degli altri politici (furbi anch’essi), ti dice in faccia col suo sorrisetto che tu sei un incapace mentre lui è bravissimo. E non mi è piaciuto per niente, soprattutto, come è arrivato a essere presidente del Consiglio. Non mi piace nemmeno, e concludo, perché si tira dietro una lunga scia di emuli, anche nelle più lontane e minuscole provincie, che fanno politica per i loro interessi (proprio come Berlusconi). Ma non è di questo che voglio parlare.

Ieri mi sono puppato l’ora e mezza del suo lunghissimo discorso al Senato e devo dire che, con tutte le dovute cautele, non mi è dispiaciuto. Innanzitutto perché si vedeva finalmente qualcosa di diverso: sentire parlare di rapidità, di presente, di (esempio sciocco) nuove tecnologie o social da un settantenne, che legge un discorso che qualcuno ha scritto per lui, non è la stessa cosa che sentirlo da un quarantenne che certe cose le dice perché, almeno, le conosce. Inoltre, ho percepito qua e là un certo respiro “obamiano”: la volontà di tratteggiare orizzonti e obiettivi ambiziosi, tipica di Renzi, veicolata con un’affabulazione che non ha niente da invidiare a quella di Baricco (perché ora, potrà piacervi o meno, ma converrete con me che Baricco sa affascinare quando parla, sa farsi ascoltare).

In tutto questo laghetto (non parliamo di oceani, i piedi di piombo sono quantomeno d’obbligo) di aspirazioni, una mi è piaciuta e mi è sembrata, allo stesso tempo, quasi impossibile: smantellare la burocrazia. Questo è da sempre uno dei progetti più importanti di Renzi, si capisce che uno che vuol dar di sé l’impressione dell’uomo dinamico (e decisionista) elimina per forza tutte le pastoie (oggettivamente inutili) che ne rallentano l’azione. Ma sarà anche una sfida difficilissima per due motivi: perché la burocrazia in Italia è un esercito coriaceo di gente che ha un posto di lavoro fisso, mediamente ben retribuito, con poca fatica e poche responsabilità. Ma, soprattutto, perché l’Italia soffre da sempre di un idiota complesso di inferiorità e di una endemica insicurezza identitaria, che cerca di risolvere adottando il crisma dell’ufficialità. Ci pensate mai a quanti inutili documenti uno debba compilare per qualsiasi cosa, nel nostro Paese? A cosa servono, nella maggior parte dei casi, se non a confermare qualcosa dandogli, appunto, il bollino dell’ufficialità? Come se non ci si fidasse mai di chi si ha di fronte e, soprattutto, come se ogni atto richiedesse una continua approvazione da parte di qualcuno o qualcosa che sta arbitrariamente più in alto in una scala gerarchica. È una situazione che tutti conosciamo, per questo non mi soffermo su inutili esempi con i quali rischierei di passare per demagogico o qualunquista. Volevo solo dire che lo strapotere della burocrazia italiana è giustificato da una profonda insicurezza di base, che richiede la continua produzione di documenti con cui qualcun altro certifica chi siamo e cosa possiamo fare. Non è questione di normale svolgimento delle funzioni burocratiche, che sono necessarie: qui si va ben oltre. Finché non cambierà questa insicurezza, che può anche essere endemicamente legata alla nostra storia di Paese per troppo tempo diviso, dubito che persino Renzi, con la sua novità e il suo sprint, potranno qualcosa.

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