L’uva americana

C’è una particolare varietà di uva che si chiama uva americana: io la adoro, ma è considerata un’uva da poco, con cui fare un vino scarso. Ma forse a torto: non sarà speciale all’apparenza ma è molto dolce e profumatissima, quasi si scioglie in bocca. Insomma, basta assaggiarla per scoprirne le qualità.
La Valle Camonica − e lo dico da camuno − è un po’ così, poco considerata ma speciale. Almeno, questo è quello che mi ha lasciato l’esperienza dello scorso weekend, quando sono stato ospite del Distretto Culturale di Valle Camonica per Valcomunica, una riflessione sulle opportunità che Internet e i social possono offrire allo sviluppo turistico della Valle, e per una bellissima giornata di peregrinazioni sul territorio in vista del Premio Valle Camonica, trova il tuo segno.
Non sto a dilungarmi troppo nello specifico né nel dettagliato delle singole giornate perché le ho considerate globalmente come una riscoperta del mio territorio. Per esempio, domenica mattina siamo stati ospiti dell’Hotel Giardino di Breno: da brenese, lo collego da sempre all’esperienza che ho del mio paese e, quindi, pensavo di conoscerlo. E invece quante sorprese: non solo viene gestito da una cooperativa che si occupa del reinserimento di rifugiati politici, ma è stato progettato dall’architetto Bruno Fedrigolli finendo pure su una rivista d’architettura e ha al suo interno una tela di Enrico Ragni dal significato ancora da decifrare. E poi Losine: ma quanto è carina? In 27 anni non c’ero mai stato, la conoscevo solo a spanne (“Dov’è Losine? Ma sì, a mezza Valle, sotto la Concarena. Prima di Cerveno”). Mi ci hanno dovuto trascinare altri camuni, che hanno le suole più consumate delle mie. E, anche qui, è bastato volerla assaggiare per scoprire un bellissimo micromondo di vicoli curati, dove Andrea Agostini ha allestito la sua falegnameria d’avanguardia nell’invölt di quello che fu il primo ufficio postale del paese. E, per finire, che emozione vedere la rosa camuna al Parco di Seradina-Bedolina: quanta retorica dietro a questo che è stato scelto come simbolo persino della Regione Lombardia, quanta approssimazione. Anche in questo caso, fino a un secondo prima che lo vedessi ero convinto di conoscerlo: eppure, vederlo è stata una sorpresa, un po’ come davanti alla Gioconda. Paradossale, per me che ho radici ben salde in questa Valle.
Insomma, sono bastati due giorni per capire che la Valle Camonica è come un bellissimo grappolo di uva americana, che da parte mia ho contribuito orgogliosamente a mostrare. Forse, però, non è ancora del tutto maturo: sembra pronto, ma ci vuole ancora un pochino. Nel frattempo, i viticoltori stanno migliorando sempre di più e anche la resa per ettaro sta ottenendo incrementi notevolissimi di anno in anno.

Da parte mia, questa due giorni mi ha lasciato con molte speranze e altrettanti dubbi, che mi ronzano sempre più forti nella testa. In Valle Camonica ho infatti vissuto per 19 anni convinto che non esistesse posto migliore sulla Terra, orgogliosissimo di farne parte e di dire di esserne figlio. Poi c’è stato il contatto con Milano, tutto l’opposto di quello che conoscevo: un caos, però, positivissimo per me. Così positivo da avermi sbilanciato totalmente sull’altro piatto della bilancia rispetto a quello della mia terra d’origine: così come quella mi era fino ad allora sembrata unica, la metropoli mi apriva così tante strade − fino ad allora sempre cercate ma mai raggiunte − da apparirmi perfetta. Dimenticandone tutti i difetti, anche i peggiori. La Valle l’avevo rilegata ingiustamente a quel ruolo marginale in cui confiniamo troppo spesso le cose che ci sembrano accessorie ma che sono fondamentali (e che mettiamo in un angolo, forse, perché sappiamo che tanto non ci abbandoneranno).
Fino al 31 ottobre mi dovrò occupare di preparare il mio racconto social della Valle per il Premio: non so se il mio futuro sarà in Valle o lontano, ma sicuramente la cosa più importante che queste riflessioni mi lasceranno è − come ho detto sabato sera alla presentazione del reportage La Valle dei segni del Distretto Culturale, a cui ho partecipato insieme ad altri ragazzi camuni sotto la guida di Ettore Mo e Luigi Baldelli − guardare i “paesi miei” e descriverli. Perché il guaio di un posto che vediamo e conosciamo da sempre è quello di passare inosservato: provare a descriverlo diventa allora la sfida più difficile per dimostrare che gli si vuole bene. Perché, come diceva Pavese, «le Langhe non si perdono»: e nemmeno la Valle Camonica.

Uva americana

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