Con la C maiuscola o minuscola?

Cultura: con la C maiuscola o minuscola?

Quando torno dai miei, nella frazione piccola piccola del Comune non troppo grande dove ho radici indiscutibilmente salde, noto questa cosa: certe persone mi parlano in italiano. Nessuno scandalo: siamo in Italia. Il fatto è che queste persone usano, di solito, solo il dialetto; e, soprattutto, mi conoscono, conoscono la mia famiglia e sanno che anche io, come loro, parlo benissimo il dialetto. Tutto è dovuto al fatto che sono laureato. Mi vedono diverso perché laureato, e quindi si sentono quasi obbligati a parlarmi in italiano. E questo, purtroppo, gli crea problemi: si esprimono male, si inciampano. E io mi sento un filo imbarazzato.

Perché? È colpa della Cultura con la C maiuscola. La gente di cui parlo sopra è gente nata tra gli anni 40 e i primi 60. Gente che, come dicevo, in famiglia ha sempre parlato dialetto e che − per un motivo o per l’altro − non ha potuto frequentare troppo le scuole. Per loro, la Cultura è qualcosa di elevato, di irraggiungibile. Loro vengono da famiglie dove la scuola era un privilegio economico che non potevano permettersi; fin da piccoli, hanno imparato che chi aveva una cultura, chi aveva studiato, era meglio di loro. E lo imparavano nel modo più brutale e efficace: contando i guadagni. Chi studiava faceva il dottore, l’avvocato, il notaio: aveva un lavoro che gli dava soldi fissi senza spaccarsi la schiena. Per loro, la strada era invece quella di doversi inchinare perché privi di studi: accettare una verità a cui non potevano controbattere, come Renzo con l’Azzeccagarbugli. Paragone che non uso a caso: conoscere certe esperienze fa capire meglio certi libri (e lo dico vivendo sulla mia pelle questo contrasto generazionale: io sono potuto andare all’università, i miei genitori nemmeno alle superiori).

Ora mi si obietterà: certo, ma son cose passate. Siamo nel presente, oggi: certe cose non esistono più. Davvero? Davvero oggi, in Italia, la cultura ha perso la C maiuscola e serve a tutti? Si fa conoscere da tutti? A me non sembra. Prima di tutto perché rimane ancora privilegio di pochi. E poi perché tutto quel mondo di figure professionali che la dovrebbero diffondere (insegnanti, giornalisti, scrittori: una volta si chiamavano intellettuali) spesso e volentieri si chiude a riccio e fa casta. Fa muro e dice: no, questa è roba nostra, noi ci mettiamo le mani e a voi che siete fuori, se sarete bravi, daremo qualcosina. Forse. Chissà.

Ecco: con ragionamenti simili la cultura non serve a niente. Più che altro, sono ragionamenti stupidi: è un demonizzare l’altro per paura che anche lui sia come noi. In Italia tutto ciò è figlio di dinamiche storiche, che sicuramente un secolo e mezzo di superficiale unificazione politica non basta ad eliminare. Ma quello che più sconcerta è constatare ancora questi muri intellettuali: le torri d’avorio esistono eccome! Chi ci si rinchiude pensa di essere depositario del Vero Sapere ma senza capire che il sapere, per essere tale, va prima di tutto condiviso. Soprattutto, queste persone dovrebbero capire che se un discepolo diventa più bravo del maestro il maestro non si deve allarmare, bensì deve essere orgoglioso. Invece, non appena una mente brillante si fa avanti gli si tagliano le gambe (anche omologandolo a un modo di pensare).

È frustrante? Sì, per chi lo vive. In generale, però, è stupido. È rifiutare la Storia, il presente, quello che ci circonda. Una cosa del genere accade davanti a progetti che permettono la condivisione di sapere, di semplice conoscenza che è sempre avvicinamento alla verità. Se vengono coinvolte più di dieci persone subito si grida alla commercializzazione, all’impurità, al “vi spiego IO come si fa a VOI beceri plebei”. Io penso, al contrario, che il limite tra maestro e discepolo debba rimanere; ma che tutti gli strumenti utili, a qualsiasi tipo di discepolo, per la conoscenza vadano sfruttati. Soprattutto se sono davvero utili.

Abbassare la c di cultura non è buttarla alle ortiche. Non lo è anche perché la cultura di suo dovrebbe stare in basso, essere diffusa; non stare in alto, osannata e imbalsamata, mummificata e inutile.

(Spero che non sembrino parole campate per aria. Sono il frutto di due giorni di Salone del Libro e, soprattutto, di un anno di #LunaFalò e #Leucò: esperienze nate virtualmente che hanno diffuso davvero conoscenza, sapere, cultura. Che hanno fatto incontrare persone e spinto gente a leggere libri, a mettersi in gioco, a provare esperienze).

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