#Leucò è finito: lunga vita a #Leucò

#Leucò è finito, come tutte le cose belle e come tutto. La riscrittura su Twitter dei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, organizzata dalla Fondazione Cesare Pavese (nella persona del presidente, Pierluigi Vaccaneo) con il blogger Hassan Pautàs e il docente/giornalista Paolo Costa (sbadatelli, ve ne avevo già parlato) è arrivata al traguardo. E a guardare indietro, ripensando a quel primo sabato pomeriggio col libro aperto davanti al pc, sembra strano che sia passato così tanto e così poco tempo insieme.

Anch’io ho partecipato attivamente alla riscrittura, e più ancora che per #LunaFalò l’ho trovata eccezionale. Innanzitutto per la scoperta: mai ho letto così attentamente dei libri come per queste riscritture. Leggevo e rileggevo ogni pagina, cercando di scavare in profondità. Ho scoperto un sacco su Pavese: i rimandi agli altri suoi libri presenti nei Dialoghi; gli spunti per capire meglio qualcosa che avevo letto; la presenza inequivocabile del suo stile e del suo background di scrittore. Oltre al libro, ho scoperto un mezzo e tante persone: Twitter è stato il veicolo di queste profonde ma leggere discussioni, intrecciate e sempre scomposte in piccoli pezzi a creare qualcosa di nuovo; mentre tante persone, nascoste dietro tanti account, sono diventate compagni di viaggio e conoscenze, stili da riconoscere, tweet da attendere sapendo di trovare qualcosa di prezioso.
La cosa più importante che ho imparato, o meglio consolidato, durante la riscrittura è stata l’enorme potenzialità di conoscenza messa in gioco. Come ha scritto Paolo Costa, «#Leucò è stato prima di tutto un gioco, quindi una cosa maledettamente seria». Quindi, pur trattandosi di tweet e non di saggi accademici, nessuno si è presentato impreparato: vuoi per una passione pavesiana precedente, vuoi per una lettura fatta per l’occasione, tutti sapevano quello di cui parlavano. E questo è un gran merito, che purtroppo non tutti ancora riconoscono. Insomma, il sapere non lo mettono in campo solo severi professoroni tutti d’un pezzo che inorridiscono davanti a un mouse ma lo possono convogliare anche smanettoni internettiani o semplici appassionati. Avere studiato Pavese conta, ma in nessuna lezione l’approfondimento è mai riuscito ad arrivare a tanto come in questo continuo interscambio di stimoli.
È stato inoltre un modo davvero intelligente per riflettere su quanto e come un autore è “attuale”. In questo caso, “attuale” ha significato “rifare”, rielaborare materiale altrui (di Pavese) con le nostre mani e, pur rispettandone la sostanza, tirarne fuori qualcosa di nuovo. Nessuno di noi era Pavese, ma nessuno di noi allo stesso tempo copiava Pavese: semplicemente, tutti parlavamo di lui.
In sostanza, mi sono divertito un sacco ed è stata una bellissima avventura: l’enorme partecipazione di persone e tweet lo conferma.

E adesso? Cosa fare di questo patrimonio? Mentre la Fondazione sta lavorando per riassumere il significato del progetto e, chissà?, elaborarne un prossimo, io penso che sia giusto che #Leucò finisca. Si è trattato della riscrittura di un libro, ed è giusto che finisca con l’ultimo capitolo riscritto: altrimenti, che gioco sarebbe? Cosa riscriveremmo? Continueremmo a rifare il già fatto? Piuttosto, credo che #Leucò abbia confermato alcuni aspetti già emersi con #LunaFalò: la creazione di una community di persone e di uno spirito che le accomuna, la voglia di partecipazione e di confronto, l’attesa di un prossimo hashtag.

E questo è uno degli input più belli che un libro e uno scrittore possono lasciare dietro di sé.

Alla prossima, Titani e riscrittori coraggiosi!

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