Le vendette di carta di Cesare Pavese

Riassunto di una discussione twitteriana con Roberta (@ViolaXenia ), Stefania (@Fanny Stravato) e Giuseppe (@giusambr) a proposito della riscrittura del ventunesimo dei Dialoghi con Leucò, intitolato Gli Argonauti (#Leucò/21).

Cesare Pavese, grande scrittore: ma i grandi scrittori scrivono sempre “di cose belle” sotto le ali della Musa o si lasciano andare a passioni carnali e gelosie molto terrene? Sembrerebbe di più la seconda delle due ipotesi.
Tutto parte da un mio tweet.

Non è un tweet riferito solo al Dialogo in questione, ma valido per molti altri personaggi maschili, anche di altri Dialoghi, che hanno spesso bisogno di una donna in cui specchiarsi: una donna grazie alla quale vedersi, capire che sono diversi da lei (una donna che spesso è una dea o semi-dea, quindi qualcosa che fa paura solo a nominarlo). Con quest’incontro l’uomo sembra scoprire anche una vera o presunta potenza femminile che lo terrorizza al punto da farlo fuggire, abbandonando la bella di turno su qualche isola.
Ho rivisto Pavese in tutto ciò: non abbandonò nessuna donna a un destino crudele, ma anche lui aveva bisogno di una donna per sentirsi completo. E purtroppo (lo dimostrano Tina Pizzardo, Fernanda Pivano, Bianca Garufi e Costance Dowling; lo dimostra Anguilla) nessuna donna gli diede questa realizzazione.
Insomma, sembra che nei suoi libri Pavese ci metta del suo, e questa non è una novità.

Raccoglie la sfida Stefania:

A cui rispondo:

Stefania riprende il parallelismo che ho tracciato tra Pavese e i suoi personaggi con questa domanda:

Secondo me, più che inadeguato lui (oppure: oltre che inadeguato lui), furono le donne che scelse per completarsi a esserlo.

Anche Roberta concorda con me:

Stefania introduce un altro aspetto interessante:

Ecco: perché gli uomini di Leucò sono tanto fifoni? Sono eroi, anzi gli Eroi per eccellenza del mito: uomini potenti, virili, quelli che per antonomasia non hanno paura di nulla al punto da violare le leggi stabilite dagli dei e andare incontro al mistero. Gente assetata di gloria, disposta a tutto per la fama: uccidere mostri, scendere all’Inferno, vedere magie.
Eppure, davanti alle donne scappano: in ciò che è quasi il simbolo della virilità, cioè possedere la donna, hanno paura. E fuggono. C’è forse un po’ di Pavese, l’uomo impotente che non sapeva far godere le donne?

L’uomo scappa davanti alla donna perché questa lo spaventa, quindi nessuno dei due trova realizzazione nella reciproca unione. Di chi è la colpa? Dell’uomo che scappa. Perché scappa? Perché la donna non è donna, è qualcosa di altro e di diverso. In sostanza: pur di condannare la donna, l’uomo accetta di abbassarsi al gradino più infimo della virilità, quello dell’impotenza, giustificandosi con il fatto che a impedire il contatto non sia la sua mancanza di vigore ma un eccesso di potenza femminile che lo intimorisce. Un eccesso di potenza di origine divina, non umana: se le donne fossero umane, l’uomo si comporterebbe diversamente.

Da questo tweet parte un altro discorso, dove insieme a Roberta e Giuseppe arriviamo al nocciolo della questione: Pavese come si rispecchia in Leucò, cosa ci mette di suo? Come riempie le pagine?

Di nuovo l’impotenza, quindi un desiderio (anche carnale) che richiede di essere sfogato. Un istinto. Che in Pavese non si compie, rimane desiderato nella parola scritta.

E qui si torna al punto di partenza:

Dunque un grande scrittore scrive anche per vendicarsi, mette in quello che scrive giudizi taglienti e le parti meno nobili di sé. Una vendetta di carta e di parole.

Concludo questo riassunto con questo scambio di tweet:

Perché #Leucò è un gioco e un esperimento, ma si impara davvero qualcosa.

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4 pensieri su “Le vendette di carta di Cesare Pavese

  1. mi è piaciuto leggerti. maschi e femmina sono diversi, uomo e donna si completano, la collusione sta nel trovare quello di cui abbiamo bisogno. Giasone non scappa da una donna, egli è assetato di potere, vuole il trono. Cesare embricato nei suoi fantasmi, maschili e femminili, trova nel leucò la possibilità di mostrare aspetti “magici” di figure apparentemente maschili ed apparentemente femminili. Il mito è utile per non entrare in contatto con il vero sè.
    Ketty

    1. Trovo che anche tu fornisca degli spunti interessanti, e questo riscrivere #Leucò diventa sempre meglio: altro che università :-).
      Beh Giasone scappa per la gloria: ed è da stronzi, da approfittatori, abbandonare chi ti ha lanciato verso il successo per raggiungere quel successo. Da stronzi significa che giudico da un punto di vista umano, non del mero interesse.
      Bella questa definizione di aspetti magici. Però credo che, invece, il mito permetta a Pavese di dire tantissimo di sé senza esporsi del tutto: un po’ come noi su Twitter, dove i nostri account ci nascondono un po’.
      Grazie mille.

      1. Appunto…il “mito” permette a Pavese di non “esporsi” direttamente. Una donna non è una “Dea” in senso mitico-religioso.se un uomo la vede così o ne sceglie una così…inafferrabile,è perché di questo ha bisogno…di adorare e/o odiare l’inarrivabile.ma anche inconsistente. Vuol dire che non si sente pronto ad amare una donna reale. Io diffido sempre di chi adora…si adorano i santi…gli uomini e le donne si amano

        1. Molto interessante questo aspetto dell’adorazione autoimposta di una donna per evitarne l’aspetto concreto.

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