Bazar

L’uscita della metro rossa che dà su viale Brianza è diversa dalle altre: ha un corridoio che gira a destra ad angolo retto, lungo una cinquantina di metri, dove di sera apre il bazar, un vero e proprio mercato di bigiotteria e cose strane. Di solito gli ambulanti, quasi tutti indiani o africani, espongono le loro cose su tavolini improvvisati: se vendono orecchini, per esempio, hanno degli ombrelli pieni di gioielli; se vendono incenso, creano dei tavoli con vecchi scatoloni; se vendono sciarpe/foulard o scaldacollo basta uno straccio per terra. Basta un attimo, appena aperte le porte della metro, per sapere se il bazar è aperto o no: se è aperto, di solito qualche effluvio di incenso arriva anche in profondità, ed è una cosa simpatica e anche un po’ diversa dal solito.

Quando passo di lì, però, mi sorge spontanea una domanda: perché lo fate? Guardo questi ragazzi, anche più giovani di me, e mi verrebbe da chiedergli: ma davvero ti piace o ti han preso per il culo? Chissà cosa raccontano a questa gente, per convincerla a venire fin qui: lavoro sicuro, soldi, vita facile. Non importa se si dorme in cento in una casa o se il sole, quello vero, è solo un ricordo per sei mesi all’anno: questi ragazzi vengono e ci restano. Provano a restare a galla. E mi viene da chiedergli anche: ma ti sei accorto che erano tutte balle, quelle che ti raccontavano e quelle che avevi in testa? Ti sei accorto di cos’è ormai l’Italia, di quanto stiamo andando a fondo anche noi? Per loro sembra un Paradiso, ma l’Italia è un po’ come Sofia Loren: una donna che è stata bella ma che è invecchiata, ed è diventata decisamente meno attraente. E allora rimango con la mia domanda: perché venite? Cosa pensate di trovare, qui?

Ma poi penso anche: e io, cosa pensavo di trovare qui? Perché non voglio rimanere nel mio angolo di provincia/Terzo Mondo e scelgo Milano/i Paesi ricchi? Che frottole hanno raccontato, a me, per farmi adattare a sei mesi di grigio, allo smog, all’umidità, al nero delle macchine che si accumula sui vetri, agli stage, ai lavori a scadenza, alle corse e allo stress? Non potevo restare anch’io dove sono nato, accontentarmi di quello che avevo?

È un mio diritto provarci, no? Beh, mi sono già risposto, allora.

 

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