Speranza concreta

Sono tornato stamattina da Mantova: per la quinta volta, mi sono immerso per cinque giorni nel mondo dei volontari del Festivaletteratura. Ogni anno parto sapendo già che ciò a cui vado incontro sarà stupendo, e quando torno mi accorgo che è stato speciale ed è andato meglio del previsto.
I primi anni, ingenuo e un po’ romantico, pensavo a una specie di magia o di miracolo; aumentando l’esperienza e la conoscenza delle dinamiche del Festival, l’incanto forse si è perso ma è subentrata una consapevolezza ben più importante. E cioè che tutto va sempre così bene perché c’è chi si impegna concretamente perché vada bene.

Quest’edizione di Festivaletteratura mi ha lasciato una speranza concreta non da poco: quella, cioè, che c’è un forte bisogno di cultura (intendiamola semplicemente come “ragionamento”) anche a livello pratico. La cultura (da intendersi, come detto, in modo molto generico) serve concretamente, e lo hanno dimostrato i 100 mila che in cinque giorni hanno visitato il Festival. Perché farsi chilometri e chilometri di strada e stare ore sotto il sole per sentire un autore di cui abbiamo il libro, e che possiamo quindi leggerci comodamente a casa? Se lo chiedeva anche Simona Vinci su Facebook, e io credo che queste persone siano venute perché leggere un autore e sentirlo parlare, e vederlo, è diverso. Si rischiano delusioni, certo; ma è un po’ come parlare a voce con una persona oppure al telefono: anche se discutiamo dello stesso argomento, non è la stessa cosa.

Sono tornato con la speranza concreta che la cultura può tornare a essere un’esigenza, un bene di prima necessità; che con la cultura si possa riuscire ancora a viverci (nel senso di mangiarci); che il bisogno manifestato da questi 100 mila si può ancora tradurre in qualcosa da fare, a livello pratico. Non sarebbero venuti in tanti, senza questo bisogno, in una città servita malissimo da Fs e non troppo meglio da strade e autostrade, in un periodo di spaventosa crisi economica dove aumenta il prezzo di tutto e la cinghia va tirata sempre di più. L’unico guaio è che per ora la mia speranza concreta è solo un semplice post su un blog sconosciuto; auguriamoci che si diffonda alla svelta come un raffreddore d’inverno, contagi le orecchie giuste, cambi qualcosa. Ecco, sto per arrivare al livello delle speranze, e non voglio; voglio solo dire che in cinque giorni ho capito che basta davvero poco per concretizzare quello che per troppo tempo è stato catalogato come un di più non indispensabile. E che invece è sempre più fondamentale per tutti e può aiutarci a venir fuori da questo baratro, anche economicamente: basta crederci e dargli una mano.

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8 pensieri su “Speranza concreta

  1. Il Festival della Letteratura è una grande riserva di idee e di stimoli che io, purtroppo, quest’anno mi sono persa, ma sono contenta di poterlo rivivere nelle tue parole. Grazie per aver condiviso le tue emozioni con noi lettori. Grazie a chi, come te, ha la voglia e la forza di costruire un mondo migliore.

  2. Ciao,la cultura, anche genericamente intesa, DEVE tornare ad essere protagonista dopo l’azzeramento totale nel sostegno economico e non solo di questi ultimi anni. Solo attraverso di essa potremo avere una speranza di maggior consapevolezza e capacità di critica. Conoscere è scegliere e decidere.

    1. Ho riletto più volte questo mio post, e credo che dovrei rimetterci mano perché si capisce forse poco quello che voglio esprimere. E cioè che insomma basta poco, basta darsi da fare, comunicare, per ottenere risultati concreti.
      E, come dici anche tu, vedere che c’è davvero tanta gente – e non per forza tutti intellettuali o docenti universitari (tanto per citare due categorie esemplari) – che ci crede, che ne ha bisogno, che la cerca e la vuole. Che non la idealizza ma la vuole conoscere per avere risposte, sapere, crescere.
      Questo mi dà speranza: aver capito che non è impossibile.
      Grazie mille per il commento.

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