Ma chi era alla fine Giulio Einaudi?

In Italia si è sempre poco obiettivi, è vero. Soprattutto quando muore qualcuno o quando ricorre l’anniversario di una nascita o di una morte. Non importa se si tratta di famosi o di sconosciuti: appena muore qualcuno tutti i suoi difetti evaporano. Peggio ancora alle ricorrenze, soprattutto quando passano un po’ di anni e la memoria si fa labile: allora fioriscono solo lodi. Lo si è visto con Giorgio Bocca, recentemente, e con Craxi qualche anno fa. Insomma, anche parlando delle persone – soprattutto se famose – restiamo ultras contrapposti, chi per il pro e chi per il contro. Col risultato che, alla fine, o ci si fa coinvolgere in una delle due tifoserie oppure non si capisce più niente dal momento che una versione unica e neutra non esiste mai.

È quello che sta succedendo in questi ultimi giorni per ricordare Giulio Einaudi a cento anni dalla nascita. Da una parte chi lo loda e dall’altra chi lo critica. Tra i primi Walter Barberis sulla Stampa e Corrado Stajano sul Corriere; tra i secondi Riccardo Chiaberge su Saturno del Fatto Quotidiano e Antonio Armano sempre su Saturno.

A priori, tenderei a parteggiare per i positivi: a me Einaudi piace perché ha fondato una casa editrice che reputo grandissima (e che, secondo me, fa libri ancora adesso bellissimi da toccare e guardare). Sempre a priori penso che, siccome conosco poco l’ambiente einaudiano, sia ottimo questo dibattito. Peccato che, a leggere questi articoli, uno finisca per saperne quasi meno di quanto non sapesse prima. Manca l’obiettività, un tentativo di dare una descrizione neutra che dica: “Einaudi ha fatto così e cosà per questi motivi”. Che, se si trattasse di una discussione davvero seria e obiettiva, potrebbe anche diventare un discorso del tipo: “Perlomeno, lui diceva che aveva questi motivi ma c’è ragione di credere che, al contrario…”.

Invece da un lato Barberis e Stajano tacciono molto sulle ombre: il primo (che ha anche scritto un profilo abbastanza completo sul sito della casa editrice, da cui l’articolo per La Stampa è tratto) limitandosi a parlare del particolare modo con cui Einaudi sceglieva i suoi giovani collaboratori (una specie di vampiro della gioventù); il secondo ricordando giustamente i meriti editoriali dell’editore ma sorvolando sul momento più brutto, quello della definitiva crisi economica col passaggio di proprietà.

Dall’altro lato, Chiaberge e Armano portano avanti un discorso che – se fosse stato condotto con intelligenza – avrebbe potuto dare davvero a un contributo utile per fare chiarezza totale sull’uomo. Chiaberge inizia il suo articolo con una tesi condivisibile, cioè che non bisogna per forza incensare una grande figura solo perché ci dicono che è stata grande: ha più senso conoscerla da vicino – per quanto possibile – e farci un’idea nostra. Peccato che poi si incarti su una dimostrazione meschina: Giulio Einaudi non era affatto questo grand’uomo che tutti dicono perché non gli ha concesso un’intervista. Non perché ha gestito male editorialmente la sua casa, o è stato fazioso, o despota, no: perché non ha concesso un’intervista a Chiaberge. E Armano rincara la dose parlando addirittura di forzature a livello legislativo perché la casa editrice beneficiasse della legge Prodi e non fallisse.

Insomma, niente di nuovo sul fronte italiano. Polemiche da una parte contro polemiche dall’altra. Personalmente, tuttavia, ritengo che – se fossi chiamato a scegliere tra le due parti soltanto sulla base di questi quattro articoli –  sceglierei Stajano e Barberis: almeno loro fanno un discorso contestualizzato e non sparano accuse sproporzionate spacciandole per novità esclusive. Le novità vanno dette in un modo diverso, altrimenti c’è il forte rischio che uno le legga per quello che sembrano e cioè polemiche spicciole. Magari per vendere una copia di giornale in più.

Si conclude, come sempre, con niente di preciso e tanta retorica. Anche davanti ad un uomo che ha fondato una casa editrice che ha stampato dei libri notevoli con collaboratori altrettanto notevoli. Entrambi, libri e collaboratori, notevoli non per partito preso, però, ma per la qualità esplicita e il saper fare il mestiere. E questo, forse, è l’unica cosa sia obiettivamente indiscutibile che si possa dire.

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