La donna con la faccia come il culo

Ivone non riusciva a dormire. Non erano incubi a dargli fastidio, o il cuscino troppo soffice o il materasso troppo duro: era la rabbia. Era ancora totalmente incazzato, lo ammise quando si ritrovò a fissare ancora una volta il soffitto: nell’oscurità delle 3 di notte aveva un colore a metà tra il grigio e il blu (che in verità era il colore di ogni cosa, nella stanza) e guardarlo insonni era una cosa totalmente senza senso.
“Tanto vale fare qualcosa”, pensò Ivone. La tv meglio lasciarla spenta, già una notte l’aveva accesa rischiando di restare accecato per la troppa luce sparata nei suoi occhi abituati al buio. Il cellulare era abbandonato nella metà libera del suo matrimoniale: gli serviva per la sveglia, ma accenderlo ora era inutile (chi chiamare? E per dire cosa?). Già era incazzato; non trovare niente – nei 16 metri quadrati scarsi a sua disposizione – per passare del tempo, lo faceva imbestialire. E sapere che il suo nome, quel nome assurdo che solo i suoi sapevano dov’erano riusciti a trovare, significava ‘presente, vigile’ gli sembrava una coincidenza idiota che lo faceva incazzare ancora di più.

Era dalla mattina che viveva con questa rabbia addosso. Ivone era andato al Career Day, l’ultima tra le parole inglesi con cui gli italiani spacciano le loro miserie per qualcosa di avveniristico (e c’era qualcuno che ci credeva): la sua carriera universitaria era agli sgoccioli, meglio iniziare a guardarsi intorno. Ivone aveva scelto per scommessa, sei anni prima, Lettere; gli era andata ottimamente e pian piano aveva scremato le sue possibili strade puntando sull’editoria. Il bello iniziava adesso, al momento di rendere concreta la sua scelta. Il dépliant del Career Day lo aveva inizialmente ispirato: un convegno sull’editoria e un altro sul mondo del lavoro di domani. Addirittura, nel secondo caso, un dibattito con politici, professionisti e professori presentato come il modo per evitare lo stage e la schiavitù che oggi molte imprese adottano. Ivone, insomma, ci era andato volentieri. Col sorriso. Col sole caldo di un inizio ottobre dolcissimo a renderlo ancora più entusiasta.

Senonché l’incontro sull’editoria lo aveva deluso: tutti lì a recitare una parte, identicamente neutra. Tutti – addirittura una ex stagista ora assunta in una grande casa editrice italiana – ad assicurare che gli stage sono il modo migliore per entrare nell’editoria, che chi si impegna verrà premiato, che si impara molto, che bisogna essere svegli. “Grazie al cazzo”, pensava Ivone, “che scoperta…”. E nessuno – nessuno! – che si degnasse di dire come cazzo si poteva accedere, a questi stage editoriali delle grandi case. Aveva approfittato della pausa pranzo per lasciare in giro qualche curriculum e, dopo pranzo, era pronto per l’incontro sul mondo del lavoro.

Era lì che la rabbia era salita. Di colpo, senza avvertirlo, aveva detto alla sua razionalità: ‘Spostati, guido io per un po’!’ e lo aveva fatto prigioniero. Livido, un po’ tremante e anche un po’ vendicativo.
Era stata tutta colpa della donna con la faccia come il culo. A Ivone era sembrata antipatica solo a vederla. Non per il suo ruolo – presidente degli Industriali provinciali – ma proprio come aspetto: aveva una faccia proprio da culo (più precisamente, stretto), di quelle con la puzza sotto al naso e l’aria da professorine che si sentono superiori per diritto divino (anche se, nella fattispecie, sono dove sono perché piazzate dalle loro ricche famiglie). Si capiva lontano un chilometro che guardava il pubblico come una massa di diseredati pezzenti che elemosinano: quasi tutti studenti umanisti, pochi pesci da pescare per la sua categoria professionale. Ivone aveva subito pensato alla sua straordinaria somiglianza con la Ministra dell’Istruzione, dotata della stessa faccia da sberle.

Fino a quando era stata zitta, Ivone l’aveva sopportata. Ma quando aveva preso la parola la botta lo aveva preso in pieno.
Si parlava di lavoro, o meglio di professionalità: nella fattispecie, del carattere formativo che uno stage ha (o dovrebbe avere) e della sua conseguente necessità per un giovane laureato sprovvisto di pratica. La donna con la faccia come il culo insisteva molto su questo aspetto. Che, come tantissime cose in Italia, va bene sulla carta ma nella pratica viene sprecato: invece che formare un neolavoratore, infatti, diventa spesso un utilissimo tappabuchi per le finanze dell’azienda. La donna con la faccia come il culo, naturalmente, parlava di quanto è utile lo stage. E Ivone cominciava a detestare la sua saccenza artificiale, la stessa di quelle che al liceo si imparano la lezione studiando a memoria e si guadagnano bei voti, certo, fatti però di nozioni dimenticate nel giro di due settimane. Stava quasi pensando di interromperla con qualche domanda quando qualcuno le aveva fatto notare che lo stage come lei lo intendeva era poco praticato in Italia, dove nella maggior parte dei casi si trasforma in sfruttamento.

Infastidita dal fatto che qualcuno non le desse ragione, la donna elaborò rapidamente la sua risposta e quando aprì bocca pronunciò la frase più idiota che Ivone avesse mai sentito. Una frase che mostrava esplicitamente superficialità, presunzione e scarsa conoscenza del concreto. E che aveva fatto esplodere la rabbia che lo tormentava ancora, dopo tante ore.
La frase era stata: “D’altro canto quando un neolaureato viene assunto in un’azienda, deve avere una professionalità. Se l’ha potuta costruire durante gli studi è meglio per lui, ma questo capita raramente. Considerati poi i laureati delle facoltà umanistiche, la professionalità lì praticamente non esiste: anche mia figlia ha voluto iscriversi a Storia, e gliel’ho detto chiaro e tondo che si sarebbe iscritta a una facoltà senza sbocchi di lavoro. Un suo capriccio, avrebbe imparato qualcosa ma niente di abbastanza pratico per lavorare. È per questo che uno stage è necessario: se non volete capirlo, peggio per voi”.

In un nanosecondo Ivone era passato dall’incredulo all’incazzato furente. “Ma come cazzo si permetteva, questa? Ma da quanti anni non mette piede in un’Università? Ma l’ha fatta, l’Università, lei? La stronza fottuta? Ma che cazzo vuoi?”. La pressione era salita insieme alle pulsazioni, e i nervi di Ivone si erano tirati. Stava lì rigido sulla sedia, l’occhio socchiuso, la mano che stringeva così forte la biro da rischiare di romperla o perderla per terra. E si chiedeva da dove cazzo fosse spuntata quella donna con la faccia come il culo. Lei, la sua organizzazione di Industriali e la sua fottuta strafottenza.

Da lì in poi Ivone non aveva più seguito il dibattito. Era rimasto incazzato e non riusciva a dimenticarsi quella faccia come il culo e quella voce stizzita. Ma Ivone non era un estremista, e ragionava, ed era d’accordo sul fatto che le richieste di un’azienda sono diverse da quelle dello studio: non era né così idiota né così ingenuo da crederlo. Lo aveva fatto imbestialire la nozione di professionalità che la donna con la faccia come il culo aveva mostrato: come se la professionalità la sviluppassero solo gli ingegneri o gli avvocati. Ma come cazzo poteva non arrivarci a capire che il mondo non si fermava alle aziende della sua categoria? Se ci avesse pensato, forse si sarebbe accorta che anche gli storici hanno una professionalità, come ce l’hanno anche i letterati e i filosofi. Diversa ma ce l’hanno. O credeva, la donna con la faccia come il culo, che a vivere son capaci solo alcuni? Che a scrivere una tesi in Lettere ci s’impiega dieci minuti? Che consultare antichi manoscritti fosse uno scherzo quando invece voleva dire essere dannatamente professionali e ordinati e efficienti al pari di un avvocato che sta facendo il praticantato?

Quanto era incazzato Ivone. Era stata un’incazzatura rovina giornata, di quelle che ti si attaccano addosso e porti avanti. Già il Career Day, aveva capito, era una inutile cagata; se poi a parlarci mettevano questi specialisti, partecipare invece che un vantaggio diventava addirittura negativo.
“Ma pensa sta stronza”, si era ripetuto tutto il giorno.
“Sta grandissima faccia di culo”.

Che adesso non lo faceva nemmeno dormire.

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