PARASSITALIA 2: ALTRI ESEMPLARI

Beh questa fa anche un po’ ridere. No, aspettate: è tipo quelle cose che fanno ridere amaramente, non so se avete presente. Come quando ti va tutto storto e, tra tutte le sfighe che ti capitano ce n’è una che però è di per sé comica. Una roba del genere, quello che Pirandello chiamava umorismo e che in fondo è tragico (il suo esempio era una vecchia che si veste e si trucca come una giovane: è ridicola, e ci fa ridere, ma se riflettiamo sul perché si sente costretta a conciarsi così ridiamo di meno).

Insomma, questa fa ridere. Perché capita che in un ufficio ci si ritrovi a lavorare in queste maniere moderne molto volatili, dove un giorno ci sei e l’altro boh e dove devi far di tutto. In quest’ufficio si è gli ultimi, e lo si sa, mentre gli altri sono tutti col posto fisso, lo stipendio, i contributi, le ferie: insomma, loro hanno l’aggettivo indeterminato dietro a ‘tempo’ sul loro contratto, mentre tu no. Ma ci sta, ci può stare.
E tutti questi fissi hanno naturalmente qualifiche diverse: impiegati, funzionari, direttori, ecc. Fanno lavori differenti, hanno specializzazioni diverse. A guardar bene, però, c’è qualcosa che li unisce: la gigantesca quantità di tempo che perdono.
Sono ingegniosamente strepitosi: se applicassero questa creatività al loro lavoro sarebbero già megapresidenti. C’è chi trascina i piedi mentre va, per la centesima volta, al bagno: così ci mette di più. C’è chi si legge non so quanti quotidiani e a fine giornata se ha mal di schiena è solo perché la sedia era troppo scomoda. C’è chi arriva ad orari mai visti, rasentando l’ora di pranzo, e subito si ferma a fumarsi una sigaretta. C’è chi ha la tv in ufficio (per il tg……) e chi dimostra abilità retorica davanti a domande di colleghi che potrebbero obbligarlo a muovere il culo: è un fiorire di ‘beh’, ‘non so’ o ‘cosa’ (frequente anche al maschile) mischiati a borbottii. Naturalmente, all’ora di pranzo questi prodi lavoratori si smaterializzano perché la pausa è pausa e il loro dovere l’hanno fatto.

Ora arriva la cosa che fa ridere.

Immaginatevi nei panni di chi – dentro quest’ufficio – fa un lavoro a tempo determinato. Lo fa per guadagnare qualche soldo e, anche se sa che non serve a un cazzo, si impegna: potrebbe fregarsene, arrivare al monte ore concordato tirando avanti giorno per giorno, e invece si è sempre dato da fare e soprattutto ha sempre segnato correttamente orari di ingresso e uscita (ma quasi da maniaco eh, senza mai arrotondare nemmeno 5 minuti).
E ora immaginate la regina dei parassiti sopra descritti, impiegata a posto fisso senza averne le capacità (almeno a giudicare dalle apparenze), un insieme di sciatteria e di indifferenza al resto del mondo; una che solitamente non si schioda dalla sedia, mai, che basta guardarla per avere l’idea della sua totale non voglia. Una che, peraltro, mai si è curata dell’altro, di quello che è nell’ufficio a tempo determinato (o determinatissimo).
Immaginateveli davanti.
E immaginate lei che, di colpo in bianco, insinua che l’altro abbia fregato minuti firmando il foglio dei turni prima dell’ora di uscita. Immaginate il cigolio dei suoi neuroni che si riflette negli occhi che si credono furbi e pungenti (“Ti ho sgamato bastardo!”) mentre elabora il pensiero che l’altro, l’indeterminato, vada a firmare il foglio turno a 12.20 scrivendo come ora di uscita 12.30 per rubare dieci minuti allo Stato dispensatore di lavoro. Ve la immaginate?
È ridicola, ammettetelo. E patetica. E anche paradossale.
E non crede a nessun’altro se non al suo pensiero, nemmeno quando l’altro – quello senza posto fisso – le dice di chiedere alla guardia d’entrata a che ora egli, effettivamente, sia sempre uscito.
Pazzesco.

 

Vas te faire foutre, per fare i poeti.

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