Princìpi

Non è facile, al giorno d’oggi, essere giovani in Italia; nemmeno bello. Se poi si possiedono una mente che pensa e la voglia di essere indipendenti, allora alle volte si rasenta la constatazione del dramma.
Scrivo questo intervento perché voglio esprimere la mia opinione su una questione che, all’apparenza, non mi riguarda per niente; e che invece mi tocca più di quanto si possa pensare.
Sto parlando della gestione della FIAT. Dico che è una questione che all’apparenza non mi riguarda perché io sono uno studente universitario a Milano, non sono mai entrato in uno stabilimento FIAT, non ho mai fatto l’operaio in fabbrica e dopo la laurea vorrei lavorare in un ramo diverso da quello dell’industria. Dico che è una questione che mi riguarda perché il nocciolo di tutto riguarda il mondo del lavoro e la sua gestione, un mondo in cui tra un annetto farò anch’io il mio ingresso definitivo.
Riassumiamo: la FIAT, nonostante sostanziosi contributi statali, va malino. Anzi, quasi malone. O, meglio, i soldi per comprarsi un po’ di Chrysler ci sono; e anche quelli per tentare di scalare Opel. Sembra, in definitiva, che i soldi manchino – o, meglio, che si faccia fatica a spenderli – solo per tenere aperti gli stabilimenti italiani. Marchionne, allora, cerca di rimettere in piedi la baracca e presenta un piano di intervento industriale. Un piano massiccio, che scorpora la società e che, soprattutto, ridisegna lo scenario occupazionale dei lavoratori degli stabilimenti italiani FIAT.
E’ questo il tasto dolente, quello su cui la mia riflessione è incentrata e che lascia desolato. In sostanza, Marchionne presenta un ricatto, uno spaventoso e bieco ricatto, ai sindacati. Dice, questo ricatto: io ci metto i soldi per far ripartire tutto, e probabilmente riuscirò a farlo; però, pretendo che l’azienda esca da Confindustria (l’associazione “padronale”, come si diceva una volta, e cioè il “sindacato dei padroni delle fabbriche”) e che i lavoratori firmino un nuovo contratto sindacale. In sostanza, Marchionne fa uscire l’azienda da tutti gli organismi di garanzia e di tutela dei lavoratori; toglie ai lavoratori FIAT il contratto collettivo pretendendo che ogni singolo lavoratore (di Mirafiori, ora, come prima di Pomigliano) firmi singolarmente un contratto individuale con l’azienda, che quindi lo vede coinvolto in prima persona in quanto firmatario “diretto”; e, soprattutto, esclude i sindacati che sono contro la sua proposta dalla possibilità (che, per un sindacato, dovrebbe essere normale) di rappresentare i lavoratori in fabbrica.
Ora, perché dico che è un ricatto? Perché, obiettivamente, non posso chiamarlo altrimenti. Non lo dico perché sono “comunista” (accusa banale, superficiale, rivolta ormai a chiunque non la pensi in un certo modo; e io vi assicuro che non sono mai stato comunista) e nemmeno un “antagonista” dei centri sociali. Men che meno perché appoggio gli imbecilli che, con la solita bomboletta spray d’ordinanza, scrivono insulti a Marchionne firmandoli con la stella a cinque punte delle BR. No, dico che è un ricatto perché è la mia opinione.
E’ un’opinione non certo solitaria; anzi, è condivisa da un particolare settore di uno dei principali sindacati italiani, oltre che da una piccola fetta della sinistra italiana (perché al PD, ammettiamolo, non interessa minimamente la questione; e Vendola, in questi giorni, invece di fare la solita apparizione raccogli-voti tipica del politico italiano – chi va con lo zoppo impara a zoppicare – poteva starsene a casa oppure proporre una soluzione alternativa in Parlamento o dove può). Beh, non sono così suscettibile nemmeno a questa parte politica, dato che cerco di pensare con la mia testa.
Dico, insomma, che è un ricatto perché garantisce la sopravvivenza di un’azienda storica, che dà lavoro a molte persone, solo a patto di accettare le condizioni del “padrone”. E’ una cosa che trovo scandalosa. La trovo scandalosa perché è una violazione della dignità del lavoro (che la nostra Costituzione sancisce: ma a cosa serve la nostra Costituzione, se metà delle sue leggi non vengono applicate?). La trovo scandalosa, e profondamente deprimente, perché è basata su una prepotenza inaudita: o fai quello che dico io, che sono il capo, oppure te ne vai. La trovo scandalosa perché è una soluzione che il Capo del Governo si sente di considerare legittima e giusta; e quando dice che la trova legittima, non sta parlando da un punto di vista personale, che in quanto imprenditore sarebbe comprensibile anche se discutibile, ma pubblico. La trovo scandalosa perché usa lo spauracchio della crisi, e della ormai abituale mancanza di fondi, per costringere i lavoratori (gratificati da un minimo aumento del salario) ad accettare senza proporre loro un’alternativa. La trovo scandalosa soprattutto perché, nel 2011, esistono posti nel mondo dove i lavoratori sono ricattati ancora più pesantemente che in Italia, e costretti a lavorare per una miseria (sono, questi, i paradisi dove il lavoro costa pochissimo e dove, di conseguenza, tutte le industrie vorrebbero trasferire le proprie fabbriche).
Ancora una volta i sindacati principali si sono spaccati: ancora una volta, perciò, i lavoratori sono lasciati a se stessi. Due sindacati su tre hanno accettato il piano Marchionne: d’accordo, possono averlo fatto – magari di malavoglia – pur di mantenere gli stabilimenti in Italia. Ma perché questi sindacati non si accorgono che, così facendo, tradiscono ciò per cui dovrebbero sempre lottare, e cioè i princìpi dei lavoratori? Possibile che bisogna sempre guardare solo nell’immediato e mai a lunga distanza? Che si accetti la soluzione valida per il momento e non si cerchi invece un modello di soluzione applicabile anche altrove nel futuro? Io ho la fortuna di potere scrivere queste parole senza pagare nessuna conseguenza: non sono un dipendente FIAT, non rischio il posto. Scrivo semplicemente la mia opinione, condividendo una battaglia di princìpi.
Che, tuttavia, è desolante anche e soprattutto perché è inserita in un meccanismo globale che la stritola e la comprime: quello del libero mercato, della falsa concorrenza, delle aziende che “delocalizzano” tagliando sul costo del lavoro. Io sto con chi vuol dire NO a Marchionne; ma se vince il NO, Marchionne se ne va in Canada o altrove, e i dipendenti FIAT restano senza lavoro. E’ questo il ricatto maggiore, più infame perché privo di una vera soluzione.
Ed è un ricatto davanti a cui mi cadono le braccia. Perché nel 2011 i diritti dei lavoratori non sono solo calpestati, ma sono talmente bassi da essere quasi azzerati, schiacciati dall’evidenza di una realtà fatta, ancora una volta, di rassegnazione e accettazione. E’ desolante, questo, molto desolante. Ogni fascismo inizia quando esautorando i sindacati e – di conseguenza – tiranneggiando il mondo del lavoro: così facendo, ottiene lavoratori inquadrati e perfettamente sottomessi. Una volta che la sopravvivenza fisica di questi lavoratori dipende dalle sue decisioni, dal momento che è la busta paga che permette di sopravvivere comperandosi alimenti e mantenendo una casa, non è difficile convincerli su come votare.
Povera Italia. Poveri giovani.

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7 pensieri su “Princìpi

  1. Sergio Marchionne riceve uno stipendio annuo di 4.782.400 €. E’ normale che si finisce per chiudere stabilimenti o farne di nuovi all’estero con manodopera a costo irrisorio. Proprio lui, l’ennesimo cavaliere del lavoro, con cittadinanza canadese. E non paga le tasse – italiane.

  2. Come dire la casualità no?
    Io non accuso Marchionne a priori, alla fine fa il suo lavoro nel contesto in cui vive (e viviamo); mi fa semplicemente paura – e schifo – una società che sta distruggendo il diritto del lavoro. Che sembra quasi dire: siamo obbligati a far così sennò restiamo col culo a terra.
    E’ inquietante.

    1. Ma va riconsiderata anche la grande disparità retributiva tra chi si fa il culo tutti i giorni fisicamente e chi sta seduto a dare ordini. Del resto sono i dipendenti di una ditta che, lavorando con serietà e la paura di perdere il posto al minimo sgarro, permettono al datore di lavoro di vestire l’alta moda e acquistare immobili di lusso.
      O mi sbaglio?

  3. Non ti sbagli, anzi. Solo che fino a poco fa, fino a quando i Paesi emergenti non erano così emergenti, i datori di lavoro si ricordavano un po’ di più chi gli permetteva il lusso facendosi il culo otto ore.
    Oggi, siccome i Paesi emergenti sono disposti quasi a pagare pur di avere aziende e fabbriche, i datori di lavoro sanno benissimo che c’è chi si accontenterà sempre di meno pretese. E giocano sporco di conseguenza.

    1. infatti, gli industriali un pò ci fanno e un pò ci sono… è da 40anni che le grandi multinazionali americane sfruttano manodopera a basso costo nei paesi poveri. La Coca-Cola non autorizza scioperi in Colombia e Bolivia, anzi se gli operai sostano davanti ai cancelli delle sedi latinoamericana rischiano una pallottola in fronte. Figurati i nostri capoccia… hanno iniziato nei paesi dell’Est dove vige la mazzeta facile e nullaosta a go-go. Adesso conviene Asia e Africa, guerre civili permettendo: ma chi è figlio di puttana sa sfruttare benissimo anche una guerra interna.

  4. Il guaio aggiuntivo è che se prima ad accontentarsi di poco, di stipendi da fame e niente diritti, erano i lavoratori dei Paesi poveri, adesso questo tipo di politica – con la scusa che c’è un’enorme crisi economica (e questo è vero) – viene fatta accettare anche ai lavoratori italiani. Questo non per dire che gli italiani sono meglio degli stranieri, ma per far capire a che livello siamo nonché la dannata convenienza che hanno gli industriali (o, meglio, chi ha del potere economico) durante le crisi.

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