Il libretto di Bersani, specchio dei tempi

I politici italiani litigano sempre, non è una novità. L’ultima bagarre è tra la Gelmini e Bersani, ed è legata alla “discussione” parlamentare sulla riforma universitaria.

Riassumendo: la Gelmini propone l’ennesima legge di riforma, che fa finta di premiare la meritocrazia, a cui i ricercatori universitari si oppongono salendo sui tetti delle facoltà. Pierluigi Bersani sale sul tetto di Architettura a Roma, solidarizzando con la protesta (non perché si è ricordato di essere all’opposizione ma perché, in vista delle prossime – imminenti – elezioni, è meglio tirar fuori la demagogia e approfittare di chi è davvero contro il Governo). La Gelmini, deprecando il gesto di Bersani, gli dà dello “studente ripetente” (nella scia delle parole di Berlusconi, secondo cui  “i veri studenti sono a casa a studiare, non sui tetti o in strada a protestare”). E il segretario del PD, piccatissimo, le risponde facendo pubblicare dai giornali il suo libretto universitario.

Una lettura attenta di questo libretto riassume efficacemente la questione dell’università italiana; ma sono sicuro che in pochissimi lo avranno colto (di certo, non l’hanno colto il ministro e tutti gli altri politici). Innanzitutto, il libretto specifica che “la durata legale del suddetto corso di studi (Filosofia) è di 4 anni accademici”: quattro anni diretti e senza intoppi. Oggi, invece, un corso di studi come quello “suddetto” è spezzettato in due tappe: una laurea triennale quasi sempre inutile dal punto di vista lavorativo (il mio relatore di tesi: “la sua tesi non vale un cazzo”) e che fa perdere un anno accademico in ricerche bibliografiche, scrittura e correzione, pratiche burocratiche, nuove iscrizioni e ulteriori pagamenti di tasse (tassa di laurea di 100 €); e una laurea specialistica di due anni, durante i quali si ripetono gli stessi esami e quindi gli stessi corsi (le stesse materie), tenuti dagli stessi professori, della triennale.

Ma sono gli esami sostenuti che dovrebbero fare riflettere. Bersani ha sostenuto esami di Storia della Filosofia, Storia Romana, Storia Medioevale, Storia del Risorgimento, Letteratura Italiana, Letteratura Latina. Prendo in mano il mio libretto universitario della laurea triennale, e ci trovo invece un campionario di astrusità come Comunicazione Letteraria nell’Italia novecentesca o Critica e Teoria della Letteratura; o, anche, Lingua Francese, Laboratorio di Scrittura Italiana, Conoscenza di una Lingua dell’Unione Europea, Conoscenze informatiche. Mentre quello della specialistica incolonna perle come Produzione Letteraria nell’Italia Otto-Novecentesca o Produzione Artistica e Società Industriale, o ancora Cultura Letteraria e Sistema dei media. Tutti, naturalmente, affiancati dal numero di crediti acquisiti con ogni singolo esame.

I tempi sono cambiati, e logicamente Bersani non poteva sostenere un esame di Informatica, che invece al giorno d’oggi è necessario. O, meglio, sarebbe necessario: perché il mio libretto certifica delle conoscenze informatiche (e anche per quelle linguistiche è stato così) che non ho. Le ho ottenute frequentando 4 ore di “lezione” durante le quali nessuno seguiva, dal momento che poi bastava andare a casa e compilare on-line un questionario che non prevedeva bocciature per chi sbagliava ma solo la possibilità di riprovare e riprovare, fino ad azzeccare le risposte esatte. Bersani ha sostenuto un esame di Letteratura Italiana e uno di Letteratura Latina, e faceva Filosofia; io, che faccio Lettere, durante la mia laurea specialistica devo sostenere in tutto tre esami di Letteratura (su 12): Letteratura Italiana Moderna, Letterature Comparate, Letteratura Francese Contemporanea (di questi, peraltro, solo Letterature Comparate è obbligatorio per il corso di laurea; e non riguarda solo la Letteratura Italiana, ma anche quelle europee).

Insomma, trent’anni fa forse si frequentavano insegnamenti più difficili e corposi, ma che lasciavano qualcosa; oggi, tutto è spezzettato in corsi e micro-corsi che, alla fine, sono obbligati a trattare – di un argomento – solo brevissimi tratti cronologici oppure brevi cenni dell’opera di un singolo autore. E, nella maggior parte dei casi, i docenti sono costretti  a fare salti cronologici spaventosi, di interi secoli, presentando corsi dall’andamento quantomeno slegato o lacunoso.

Ma nessuno, probabilmente, ha avuto il tempo di accorgersene. Nessuno, dopo sette anni di riforma Moratti, si è mai accorto che il numero di corsi e lauree si è ampliato a dismisura, ma che la loro efficacia è diminuita. Nessuno ha avuto la dignità di ammettere che si propongono corsi dai nomi altisonanti e appetitosi, che però non hanno alcuna utilità dal momento che parlano di aria fritta. Nessuno, tranne gli studenti, si è accorto che – applicando la versione tipicamente italiana della modernizzazione, cioè dare nomi nuovi a qualcosa che rimane uguale (e anzi spesso peggiora) – si è fatto finta di permettere a più studenti delle superiori di accedere all’Università: ma, molto ipocritamente, lo si è fatto solo costrunedo lauree che non hanno valore né senso (alla fine, non prendiamoci in giro, le lauree che contano sono sempre quelle: Lettere, Filosofia, Giurisprudenza, Economia). Con il risultato che il numero dei laureati sarà anche aumentato, ma che molti non sono adeguatamente preparati (e qui parlo anche delle facoltà tradizionali, che ormai non forniscono più adeguato sapere e competenze).

E ora, a quanto pare, ecco una nuova mannaia, quella gelminiana. Sette anni dopo: stesso governo, stesso Ministero (ancora guidato da una donna), un ulteriore pasticcio. Nessuno nega i problemi dell’Università: ma perché intervenire, come fa la Gelmini, a casaccio, sforbiciando finanziamenti (per carità, la situazione economica è difficile e lo sappiamo tutti) e ribaltando dinamiche e meccanismi interni agli atenei? Si usa la scusa che l’Università va male, che è cosa appurata, per intervenire. Ma l’intervento non risolve il problema.

E’ per questo che noi studenti protestiamo. Non perché siamo tutti di sinistra, o lavativi. Ma perché il nostro futuro, già in bilico per questioni di cui non abbiamo colpa, rischia di venire costruito sempre più su basi fragili e sbagliate. Che però, ufficialmente, si giudicano corrette soltanto perché le si chiama in modo diverso da quello che è il loro vero nome.

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