sottocodice

stasera parlo come voglio io. uso il sottocodice che ho deciso io, insieme ad altri, perché è solo con questi altri che c’è “piena comunanza di spirito” e quindi solo con loro questo sottocodice funziona. è qualcosa di strano, o meglio di difficilmente spiegabile in maniera razionale. è nato che ne so quando, in un qualche momento delle nostre vite, delle nostre esistenze da mezzi disperati. cresciuti nei monti, sotto l’alto patronato di montagne severe d’estate e lisce d’inverno, con le nostre parlate articolate in suoni gutturali e duri e aspri ed il nostro inconfondibile accento piano e cantilenante. dev’essere stato perché siamo nati nello stesso anno, e poi perché hanno continuato a metterci in classe insieme. o forse perché il paese è piccolo, o perché abbiamo avuto culo, o che cazzo ne so del perché. fatto sta che è successo, con loro. sempre più legati, stretti, uniti; sempre più intimi, meno imbarazzati l’uno dell’altro (anche se ci facciamo la doccia con le mutande, dopo la partita). loro ai quali confessare i primi amori, le prime conquiste, con cui fumare la prima sigaretta e la prima canna. loro sempre presenti, a volte scazzosi e scazzati ma che sai che ci sono. loro che ti hanno visto ubriaco vomitare l’anima, quasi, ma ti giudicano ancora una persona niente male. che si fidano a salire in macchina con te, anche dopo otto mesi senza patente, e soprattutto che non ti fanno pesare di essere stati i tuoi autisti personali, durante quei fottuti otto mesi. loro che ci sei andato al mare, da giovine e meno giovine; e con cui hai praticamente girato l’italia e l’europa, e sei andato allo stadio e ai funerali dei nonni degli amici. loro che c’erano in quella folle estate 2006 del mondiale (festeggiavi con loro, mica coi tuoi), che erano tutti in camicia alla tua laurea (sì, anche quelli allergici alle formalità). loro che speri ci saranno anche nei momenti meno belli, e in fondo in fondo sai già che è praticamente così. loro, solo loro. perché sanno cosa vuol dire strada, di sabato notte verso le 2, o le 3 o forse anche dopo. con molta birra in corpo, magari vabè anche qualche montenegro o roba del genere, e una margherita o una piadina speck&brie, buonissima ma pesante, a fare da mattone sullo stomaco. mentre fuori è freddo freddissimo, mi sa che gela – o sta gelando proprio ora, o ha già gelato – e la macchina va, riscaldamento al massimo e musica e canti. o forse facce paonazze di risate e mai stanche di dire e sentire cazzate, oppure pallide – mani al ventre – che preannunciano tempesta di sbocco in arrivo causa eccesso di alcool. e fuori, solo con loro quelle montagne azzurre e quel cielo invisibile e trasparente sono così azzurri e così trasparenti. e anche i monti sono belli. è più o meno questo che pensi, mentre sorridi in silenzio. mentre torni verso casa. con loro.

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