Anno 2009: dove trovare una letteratura militante?

di Iuri Moscardi
 

Quando la letteratura è militante? E soprattutto, cosa significa l’aggettivo militante, riferito alla letteratura? La militanza è una particolare condizione, che presuppone “l’impegno e la partecipazione attiva nei confronti di un motivo culturale, artistico, ecc.” (Dizionario Devoto Oli della Lingua Italiana, edizione 2004-2005). Peraltro, l’accezione di militanza che ho citato è quella che può essere riferita alla letteratura; perché anche un singolo individuo può militare nelle fila di un’organizzazione partitica o politica, culturale o sportiva. Come si nota, in entrambi i casi la militanza presuppone come condizione preliminare l’impegno, la partecipazione: perciò, tornando alla domanda iniziale, quando la letteratura è militante? Ovvero, quando quell’insieme disordinato di opere scritte – che noi definiamo letteratura – è impegnato, e cioè arricchisce culturalmente il pubblico a cui è diretto?

Innanzitutto, è necessaria una precisazione relativa al termine “impegnato”: poiché lo si usa troppo spesso, si finisce per farlo finire nei contesti meno appropriati oppure per attribuirgli significati non suoi. Riguardo alla letteratura, più precisamente, troppe volte si cade nel tranello della politica: in base a tale fraintendimento, quasi automaticamente una letteratura è impegnata solo quando assume connotazioni politiche. In particolare, per altro, quando si schiera con la parte sinistra, anche estrema, dell’arco politico: sembra che solo in queste circostanze si possa parlare di letteratura impegnata, come se l’impegno fosse prerogativa esclusiva della sinistra.

Confutare la tesi della politica (e della politica “rossa”) non significa assolutamente dire che la letteratura schierata a destra sia (o sia stata) migliore, o più adatta, alla definizione di impegnata: è infatti evidente che, paragonando le due parti politiche, è quella sinistra solitamente la più coinvolta nel miglioramento dei suoi seguaci. Confutare una simile tesi significa semplicemente avere ben chiaro che una letteratura veramente militante ha più un carattere sociale che politico. E per carattere sociale intendo riferirmi al fatto che una vera letteratura militante e impegnata diffonde presso il suo pubblico cultura, educazione, progresso intellettuale. Intendo dire che il compito vero di un’autentica letteratura militante è quello di trasmettere, a tutti coloro che vi si accostano, le capacità per evolversi intellettualmente senza fermarsi a concetti troppo contingenti. In parole povere, un autore militante scriverà un libro dalla lettura del quale un lettore potrà avere ben chiara una particolare questione, oppure farsi una propria opinione riguardo ad un certo problema intorno a lui. Una vera letteratura militante, insomma, permette a chi la legge di arrivare ad avere, riguardo a qualcosa, una concezione il più vicina possibile alla verità. Un vero autore militante non dovrebbe mai tacere gli errori, per esempio, di una parte politica verso la quale si sente incline: e se lo facesse, tradirebbe sé stesso e l’impegno che si è assunto nei confronti di chi lo legge, sia esso lettore assiduo o occasionale.

Leggendo la definizione, che ho appena tentato di dare, di autore e letteratura militanti, qualcuno  potrebbe chiedere: ma il compito di “aprire gli occhi” al pubblico dei lettori non spetta principalmente ai giornalisti, che sono in contatto con la realtà circostante molto più di quanto facciano gli scrittori o i letterati? Io credo di no per un motivo molto semplice: un giornalista si confronta sempre e soltanto con l’attualità dell’epoca in cui vive e che vive. Un giornalista impegnato, o militante, deve per forza trattare in maniera trasparente e diretta ciò di cui vuole parlare. E siccome il compito di un giornalista simile è nella maggioranza dei casi quello di smascherare bugie e malefatte, per assolverlo dovrà chiaramente dire ai suoi lettori: il potente di turno vi dice che grazie al suo operato una questione è stata risolta con successo, migliorando sensibilmente la situazione precedente; ebbene, attenzione perché non è così! Il giornalista, insomma, deve esporsi direttamente: non può affrontare i discorsi che ritiene importanti usando perifrasi o immagini, anche astratte. Invece, il letterato o lo scrittore impegnato può! È questa la sua fortuna, è questo che lo avvantaggia rispetto al giornalista, pur essendo coinvolto meno direttamente nella realtà dei fatti. Restando all’esempio – schematizzato prima – del potere, uno scrittore potrà agevolmente sbugiardare un potente, chiunque sia e relativamente a qualsiasi questione, senza esporsi direttamente e senza nemmeno nominare il potente in questione. E questo perché, in quanto scrittore, potrà usufruire degli artifici, dei trucchi e delle ricchezze della lingua letteraria: parafrasi, giri di parole, allusioni, immedesimazioni, scambi, ecc. È possibile che poi il potente, o il potere, lo scoprano ugualmente; lo scrittore, tuttavia, potrà sempre affermare di non aver nominato direttamente nessuno.

Chiarita la definizione di letteratura militante e impegnata come letteratura libera e mirante alla conoscenza, è interessante guardarsi intorno, in questa fine anno 2009, e cercarne qualche esempio. Perché il passato è abbondantemente ricco di esempi, dall’Apocolocyntosis con la quale Seneca prendeva in giro l’imperatore Claudio paragonandolo ad una zucca fino all’orwelliana Fattoria degli animali, che è una spietata e ironica satira del saccente e presuntuoso comunismo sovietico. Ma oggi, al giorno d’oggi, quali opere di quali autori aiutano il pubblico ad aprire gli occhi sulla realtà che lo circonda? Se domani si instaurasse nuovamente una dittatura in Italia, quali libri contemporanei finirebbero al rogo?

Io credo, dal mio personale punto di vista di ragazzo ventitreenne, che il momento attuale sia un momento delicato per tutti, da qualsiasi punto di vista. Stiamo vivendo infatti un periodo che per forza di cose è intermedio tra un passato ancora industriale e meccanico ed un futuro, molto prossimo, affidato esclusivamente alla tecnologia digitale. Stiamo insomma vivendo un’era di mezzo, durante la quale le fratture, simbolo del cambiamento irreversibile, sono ancora in fase di assestamento. Essendo una fase di cambiamento radicale, quasi nessuno riesce a mantenere l’orientamento verso la verità: non perché la verità sia scomparsa, ma perché i normali parametri che la determinano stanno cambiando (o, in alternativa, stanno cambiando le situazioni in opposizione alle quali prima si poteva agevolmente stabilire la verità da seguire). Siamo in un’epoca priva di maestri, sotto praticamente tutti i punti di vista: i genitori sono distratti dal lavoro o da altre occupazioni, tutte diverse dal loro abituale ruolo pedagogico; la maggior parte degli insegnanti, dall’asilo fino all’università, si dimentica spesso l’importanza fondamentale di ciò che svolge, che più che un mestiere andrebbe considerato una vera e propria missione; la tv, alla quale viene demandato il ruolo quantomeno di passatempo, ignora praticamente qualsiasi programma che non sia fatuo; i giornali sono ormai quasi tutti degli isterici che periodicamente schizzano, ognuno proponendoci la versione che preferisce (o ritiene più utile e comoda) di un fatto che in fin dei conti, se è accaduto, sarà per forza unico. E i libri? Esistono ancora libri che, in un modo o nell’altro, ci possano educare, o almeno far riflettere riguardo a ciò che ci circonda?

Ebbene, io credo che di libri veramente militanti, oggi, ce ne siano pochi. E anche qui, però, va fatta subito una precisazione importante: per libri, in questa occasione, intendo esempi di letteratura “vera”, quindi storie di finzione con personaggi finti: insomma, non vedo oggi qualcosa di simile a Orwell o al dottor Živago. Non mancano voci che mostrano ciò che di sbagliato c’è nella nostra società; però, non si tratta di letteratura “vera” perché utilizza le forme del reportage o del dossier o del documentario. Più che inventare una storia con dei personaggi finti, seppur ambientata in un contesto vero, questi “docu-libri” raccontano uno spezzone di realtà reale e riconoscibile proprio perché reale. Penso per esempio a Gomorra o alla serie dell’editrice Chiarelettere che ha proposto recentemente libri come Vaticano s.p.a., Papi. Uno scandalo politico, Un inverno italiano. Cronache con rabbia 2008-2009 ecc. Tutti libri che smascherano le nefandezze dei potenti di casa nostra e ci illuminano sulle dinamiche e le strategie del crimine; ma tutti (tranne, parzialmente, Gomorra) che si limitano a descrivere e presentare la realtà così com’è.

Ho detto che Gomorra è solo parzialmente un prodotto del genere perché presenta dei caratteri che esalano dalla semplice descrizione della realtà: per esempio, lo stesso modo di presentare i fatti non è quello “canonico” dell’esposizione fredda, con la costruzione impersonale dei verbi alla terza persona singolare. Il libro di Saviano, infatti, è a metà tra la narrazione di fiction e la ricognizione documentaria, e la sua definizione di genere sta suscitando ampi dibattiti. Però, ciò non cambia la questione: libri “veri e propri” che mostrino i mali della realtà camuffati sotto le spoglie di una storia raccontata sono diventati merce rara. E lo dimostra anche il fatto che gli esempi di letteratura militante che ho fatto sono tutti riferiti al passato, oltre al fatto che gli autori dei libri di Chiarelettere sono quasi tutti giornalisti o, se scrittori, hanno una formazione giornalistica.

Insomma, sembrerebbe proprio che gli scrittori abbiano, almeno momentaneamente, rinunciato al loro ruolo di maestri nell’ambito del medium che li riguarda, cioè la scrittura letteraria. Sicuramente anche l’editoria, con cui qualunque scrittore deve fare sempre i conti, non aiuta da questo punto di vista: essendo infatti, almeno al livello delle case editrici più importanti, interessata soprattutto al lato economico del libro, è logico che essa preferisca libri di intrattenimento, magari anche poveri di contenuti ma che vendono molto, a libri impegnati e “seri” che però vendono poco. Ma non credo che la questione riguardi solo questo, o meglio non si può dare la colpa solo all’editoria. Essa, infatti, non rifiuta praticamente nulla di ciò che un autore scrive e propone per essere pubblicato; e se le grandi case ignorano la maggior parte di una produzione chiamiamola di qualità, esiste nel nostro Paese un vasto panorama di case medio – piccole favorevolmente disponibili a una produzione del genere. Quindi, la colpa è anche degli autori, nel nostro caso degli scrittori. Che preferiscono scrivere libri d’intrattenimento, magari anche “elevato” (non Harmony, per intenderci, pur con tutto il rispetto per questa collana) piuttosto che libri che abbiano come obiettivo principale lo stimolo alla riflessione. O che magari, per una sbagliata lettura della società in cui vivono, credono che un messaggio passi meglio se esposto in maniera diretta piuttosto che attraverso il filtro magico delle parole di un libro. E, poiché un sistema letterario si basa su tre attori (ovvero autore, editore e lettore), una certa responsabilità spetta magari anche al pubblico, che troppo debolmente lamenta la mancanza di stimoli ricevuti attraverso “vera” letteratura e preferisce anch’esso prodotti più diretti.

Ma la letteratura non può abdicare a questo importantissimo compito, questo dev’essere chiaro! Non può per molti motivi: perché una letteratura non può solo essere un modo per far passare il tempo; perché una storia di fiction non perde nulla della sua qualità letteraria anche se calata in un contesto reale (e lo confermano anche i romanzi storici, oltre a quelli militanti); perché noi che leggiamo e, soprattutto, che VIVIAMO, abbiamo bisogno come l’aria, in questo momento, di qualcuno che, pur senza l’autorità sacrale tipica di un saggio o di un maestro riconosciuto, si prenda la responsabilità di guardare attorno a sé quello che capita e ci dia una pur minima indicazione. Insomma, Letteratura non mollare: te lo chiedo come ragazzo ventitreenne, ancora studente ma quasi pronto al suo definitivo ingresso nel mondo. Te lo chiedo in nome di tutti quelli che leggono, e anche di quelli che non leggono; in nome di tutti quelli che hanno a cuore il loro tempo, e anche di coloro che invece se ne fregano. Perché, per smascherare i loro sbagli, non si può assolutamente prescindere anche dalla letteratura.
 

questo, e tanti altri articoli di approfondimento, nel nuovo numero di generAzione rivista dedicato alla MILITANZA!

leggi e scarica da qui:

http://generazionerivista.splinder.com

http://www.zshare.net/download/67454954f05c9c9b/

http://issuu.com/ladyofacanion/docs/generazione_rivista_ottobre-novembre_2009

 
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