la prima

è ufficiale, amici: a M. è già autunno inoltrato!

è buffo, ma penso che l’autunno cominci ufficialmente il giorno in cui la prima castagna decide di uscire dal suo riccio e affidarsi completamente alla forza di gravità, spiaccicandosi in mezzo all’erba, nella terra comunque soffice, con un suono sordo e attutito (qualcosa come “plomp!” o robe simili). ecco, dopo quella prima castagna, a cui ne seguono migliaia, si può parlare ufficialmente di autunno. c’è una sorta di rassegnazione, nell’aria e nelle voci della contrada, a sapere che quella prima castagna (ogni anno sempre una diversa) è caduta. certo, ce lo si aspetta. soprattutto qui, dove fino a 30-40 anni fa il tempo si misurava, più che sul calendario, sulle stagioni i cui inizi erano, molto più che adesso, marcati da inequivocabili indizi. eppure, l’autunno è sempre accolto con mestizia, con stanchezza, con delusione. le maniche delle camicie e le gambe dei pantaloni si allungano, mentre le parole cominciano a bagnarsi dell’umidità della rugiada o a circondarsi delle nuvolette di fiato caldo. si sa, è ormai palese: il freddo arriva; e tutti, delusi, si ritirano nelle loro case, stizziti per non essere riusciti ad allontanare, nemmeno per quest’anno, il rigido morso dell’inverno. eppure, alcuni anni, si è anche un po’ rinfrancati: e sono quegli anni nei quali l’autunno, a causa di un settembre caldo ma raro, sembra non venire mai. quest’anno è stato un anno a metà tra rigidità e speranza, poiché l’autunno è arrivato tardi, eppure è stato da subito cattivo: temperature basse, sere subito buie, cieli scuri e minacciosi, influenze, vetri appannati, …

insomma, le lunghe sere iniziate con tramonti mozzafiato; i lunghi e pigri raggi del sole, obliqui e bassi, ultimi portavoce dell’estate che fugge; i fantastici colori pastello delle foglie sembrano già, dopo solo una settimana, un bel ricordo. oggi, guardando il cielo, sembravano invece non essere mai esistiti. non per le temperature, o perché piovesse, ma proprio per l’aspetto minaccioso e severo di quella sconfinata superficie che ci sovrasta tutti, da sempre e per sempre. era minaccioso, il cielo: arrabbiato e scazzato come un vecchio che brontola e sbraita, alzando minaccioso il pugno, contro il governo e i giovani e, più in generale, tutto ciò che gli ricorda che è vecchio. era nero, o meglio color acciaio, con dei minuscoli quadrati che, appunto come l’acciaio, sembravano riflettere una qualche luce. in più, ad aumentare la sua severità, il cielo era fermo. fisso, immutabile ed arcigno, sembrava un padre deluso dal comportamento di un figlio, che assume lo sguardo più minaccioso che conosce nella speranza (vana? sicura?) d’incutere un qualche timore nel membro della sua prole, spronandolo a confessare o, ancor meglio!, ravvedersi.

e mentre il cattivo cielo settembrino mostrava i muscoli, M. sotto restava a guardare, indifferente. forse perché abituata a mille cieli ben più brutti, forse per un menefreghismo tutto suo, scelto come metodo per sopravvivere a ciò che la circonda senza farsi coinvolgere; fatto sta che la contea, con le sue case dall’età indefinita, i suoi prati gibbosi, i suoi orti da sempre uguali restava lì, livida e composta, senza mostrare di provare nessuna emozione. restava lì ferma, passiva, a farsi inondare di luce e inzuppare di pioggia. e forse è proprio questo il suo guaio peggiore: la passività. M. resta sempre ferma a farsi violentare da chiunque. resta lì, impassibile, senza mostrare nessuna passione e nessuna rabbia. mai! questa contrada potrebbe essere sicuramente assunta a simbolo della passività, o della non-volontà. se ne resta sempre qui, ferma e sonnacchiosa, ultimamente rinnovata nelle case e ingrandita da nuovi inquilini. ma, nonostante questo, il suo dna è rassegnato, spento, molle.

per questo è conciata così. per questo le sue strade sono piene di buchi. per questo è abbandonata a se stessa. per questo nessuno la rappresenta in Comune, per questo i furbi la riempiono di terra e porcherie, per questo non abbiamo nemmeno un bar, né una piazza, né un qualsiasi negozio. per questo.

perché M., incarnata nella tipica mentalità dei suoi abitanti, china sempre la testa, zitta come gli asini. perché il tipico modo di pensare è di non andare, se malati dal dottore: ma a lavorare. perché quello che conta, qui, è fare e fare e fare, e poi mostrare di aver fatto. mai chiedere i propri diritti, mai esigere risposte a domande più che legittime, anzi scontate. mai. fare, quello sì.

e lasciare che tutto resti com’è. lasciare che M. continui, imperterrita, a venire stuprata. da tutti, continuamente.

il fatto che qualcosa accada da sempre non è una giustificazione della sua bontà; anzi!

è questione di mentalità, forse; ma tanto, anche l’anno prossimo ci sarà una castagna che cade. e un altro autunno. e un altro qualcosa, che arriva e accade.

(25.09.2008)

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4 pensieri su “la prima

  1. molto meglio l’estate, e lo sappiamo tutti e due…grazie per il commento, era praticamente dal neolitico che nessuno mi commentava più…

  2. ma sì, stavo semplicemente lamentandomi per qualcosa di cui non dovrei lamentarmi.però fa sempre più piacere vedere un commento, questo sì…

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