gettare alle ortiche

riflessione notturna. solito. le aspirazioni con cui identifico il mio futuro sono qui, a due passi, e mi fissano, e ultimamente mi fanno degli strani scherzi idioti, cioè prima si fanno vedere (sotto forma di sogni, o di libri, o di scritte, o di qualcosa letto da una qualsiasi parte, o di qualsiasi accidente che capita a qualcuno che mi sta vicino) e l’istante dopo invece si allontanano, scompaiono, mi deridono con gran sorrisoni bastardi. così è la vita.
ho smesso di credere in dio, e questa non è una novità. ma forse, riflettendoci sopra, l’utilità di dio sta soprattutto nell’essere qualcosa da poter insultare, qualcosa su cui scaricare la rabbia sotto forma di bestemmie ed insulti atroci, qualcosa insomma che ci giustifichi. è sempre stato così, sempre sarà così, per il semplice presupposto che ogni chiesa, perlomeno la nostra cattolicissima chiesa, riconduce tutto a dio. e quindi ogni cosa che facciamo è decisa dal gran capoccione lassù. privando con ciò l’uomo della possibilità di scegliere. o meglio, se sceglie il bene ha scelto secondo dio; se ha scelto il male, ha scelto secondo sua propria volontà e responsabilità.
al di là di queste meditazioni metafisiche (o presunte tali) considero ciò che mi accade intorno. considero i mutamenti che ogni giorno mi sorprendono. considero che sono cambiato, fisicamente ed intellettualmente. considero che diventare grandi significhi anche essere stronzi, a volte. considero che crescere sia assumersi, senza più nessuna scusa, le proprie responsabilità.
considero soprattutto che viviamo in un mondo di finzione, in cui ogni concetto è mistificato. tutto. la morte non è, come effettivamente è, la fine di tutto ma l’inizio della vita della nostra anima in paradiso o all’inferno; il tempo diventa giorni, mesi, anni, tutti ben identificati con nomi propri e numeri precisi, mentre alla fine è solo l’insieme di quei micromomenti che chiamiamo secondi, che si rincorrono da sempre trasformando quello che è in quello che è stato, e quello che sarà in quello che è; allo stesso modo gli sbagli non sono mai frutto della volontà (spesso anzi oserei dire della volontà del nostro inconscio, sempre presente nonostante noi non ne abbiamo la percezione), ma sono fraintendimenti, misunderstanding, cattive interpretazioni da smentire; e la stupidità diventa disagio sociale (quando il vero disagio nessuno lo conosce), le facce di culo diventano rappresentanti del popolo, la schifezza che ci circonda progresso. è, come dicevo prima, colpa dell’uomo. troppo incompleto, imperfetto, debole per sopportare da solo sulle proprie spalle il peso della propria incompletezza. non siamo superuomini, lo sa bene nietzsche, e quando ci vengono ad urlare sulla faccia "dio è morto!" preferiamo un pianto da filistei ipocriti alla gioia di far emergere quello di buono che abbiamo, quello di positivo che ci potrebbe permettere di vivere in maniera consapevole. perché lo potremmo, ma preferiamo sempre scaricare le responsabilità su qualcun’altro, o su qualcosa d’altro di diverso da noi. ci serve sempre un feticcio su cui scaricare le nostre colpe, un altro-da-noi che funga da capro espiatorio, contro cui inveire e che ci consenta un rapido candeggio della coscienza, in modo da non sentirci delle gran facce toste proclamandoci candidamente innocenti.
è così: se uno si vuole gettare alle ortiche, è perché, in maniera conscia o meno, sente di doverlo fare. o meglio, di volerlo fare. non servono ipocrisie, né falsi idoli prestanome. e forse una delle cose più difficili è accettare quello che effettivamente siamo. anche se, alla prova dei fatti, ci si accorge di essere completamente diversi dal modo in cui ci siamo sempre immaginati.
questo è, questo accade, questo è come vedo io. intanto, il mondo là fuori dalla mia finestra continua impassibile a vivere. con o senza di me. con o senza le mie riflessioni. ma anche io sono uomo, e cerco scuse e giustificazioni in una qualsiasi ingiustizia vera o presunta. l’importante è capire che i sensi di colpa restano, ma sono solo residui delle nostre giustificazioni, uniti allo scorrere nel tempo che se ne va. anche perché l’unico significato è "è stato". doveva accadere o meno, ormai è. sono state parole, o lettere scritte, ma ormai sono… e nulla le cambia così come nulla impedisce al tempo di fermarsi o di tornare…
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3 pensieri su “gettare alle ortiche

  1. Quando vorresti scrivere certi post, fai qualcosa semplice che ti mette di buon umore, un programma tv che ti piace, musica che ti tira su, un giro in auto (anche se senza patente l’è dura ora), chiama una persona che ti fa ridere, stai con qualcuno che ti vuol bene, gioca al tuo gioco preferito, fai sport. Ma stare a stendere queste cose non serve. Mi riferisco a te, non serve a te. Fidati.
    Non pensare alla morte, alla vita ed alle ingiustizie. Sii pratico e goditi quello che ora hai tu. L’ho capito ancor di più ieri alla notizia della morte di una ragazza che conoscevo. Spero non si sia tirata quelle paranoie. è l’unico augurio che le si può dare ora. Proprio per questo non dobbiamo tirarcele noi che ancora siamo qua.
     
    Se lo legge il liga ci ricava fuori tre o quattro canzoni.
     
    Dannazione in giardino c’è una mamma figa stratosferica. Deve essere genitore di uno dei bimbi dell’asilo.

  2. "perché la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia…"
    hai ragione david. ma ogni tanto penso e rifletto, e partorisco mostri simili.
    non sono depresso, solo fatto così: quando penso, penso in maniera "seria", certo decisamente orientata al pessimismo, ma non posso fare a meno, ogni tanto, di interrogarmi su questo fottuto mistero che chiamiamo vita e su tutto quello che lo circonda…

  3. se dio esistesse sarei la persone più felice del mondo, se credi in dio allora che cazzi ti devi preoccupare? dio sa, la morte è l’evento più bello della vita perchè ci avvicina a lui, un tempo determinato magari di sofferenze in cambio di un’eternità felice… non so se son peggio le persone che credono in dio e non sono felici o quelle che dicono di non crederci e poi… cmq penso le prime, se cresci sentendoti dire continuamente che il verde è viola alla fine sarà difficile pensare che ilverde è verde…
     
    le persone che scrivono blog sono persone, quindi non raggruppabili in un unico gruppo…
    alla fine se scrivi qualcosa che non dici nella realtà, qualcosa di diverso, qualcosa anche in parte falso non vedo che male ci sia…
    mi piace mangiare le rocce…
     
    siamo tutti diversi e tutti uguali, ma nel senso che ognuno e sempre tutto diverso e tutto uguale, di unico e immutabile c’è solo dio (…)
    a meno che non cambiare tanto velocemente da essere sempre uguale..

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