ermeneutica di mé stesso. ovvero auto-ermeneutica (?)

agitato da poco tranquillizzanti pensieri, che all’interno della mia mente (della cui lucidità a volte dubito profondamente) si travestono con enorme facilità da neri cavalieri portatori di morte, cerco una qualsiasi àancora di salvezza in una specie di auto-riflessione. parto dal mondo che mi circonda, lo scruto con avidità, per accorgermi però poi che non riconosco più nulla di quello che prima aveva un sapore rassicurante. m’ingolfo sempre di più a pensare che questo dev’essere l’effetto del mio diventare, almeno anagraficamente, adulto. non lo so. allibisco, quello sì, quando riconosco di non provare più passione interiore per eventi il cui ricordo, prima, bastava per aprire oceani di emozione.
prima… già, prima. parola maledetta, perché racchiude in sé l’essenza di quello che forse è il vero significato della vita, e cioè il trascorrere del tempo. è questo, niente di più, alla base di tutto. questo maledettissimo collage di secondi, che persi in un interminabile trenino si rincorrono tutti alla stessa distanza, sempre uguali e mai capaci di fermarsi, o quantomeno rallentare; o, ancora meglio, di tornare…
evoluzione di tempo a cui corrisponde sempre un’evoluzione di persone. che cambiano. come tutti. e che però, finché sono solo gli occhi a raccontarti del mondo che cambia, e l’unica concezione che hai del passato è legata ai ricordi un poco pallosi perché sentiti mille volte dai nonni, sembrano cose estranee. lontane. impossibile che sfiorino anche me, che anch’io debba percorrere lo stesso cammino. ed indubbiamente ecco chiunque ritenersi, oltre che maestro nel creare sogni, portatore di un destino straordinario. ergo fuori del comune. per poi accorgersi malinconicamente di essere, prima di tutto, sempre e soltanto un uomo. essere vivente. ergo sottoposto a usura. e per di più dotato della capacità raziocinante di accorgersi del panta rei che lo circonda.
parlare, altra capacità umana. teatro in cui ognuno può fingere tutto ed il contrario di tutto. dimenticandosi sempre che sono solo i fatti quelli che contano. ultimamente mi hanno detto che sono "infantile". non me la prendo, anzi è vero. perché vedo ciò che mi circonda, quello che sia a livello generale (dunque estraneo) che particolare (dunque personale) non funziona, e l’unica cosa che so fare è chiudere, meglio stringere, gli occhi. per rifugiarmi in dimensioni oniriche parallele. dove tutto funziona, meglio anzi perfettamente. e fabbrico pseudo-riflessioni da usare come giustificazione per scappare dalle mie paure. incazzature solenni con cui mostrare alla realtà tutto il suo mostrarsi ingrata. dunque non accettabile.
ho la testa piena di idee del cazzo sul mio futuro. tutte molto vacue. accomunate solo dalla certezza di rappresentare, io iuri, qualcosa di superlativo. che il mondo non riconosce perché io non dimostro, non perché quello che voglio dire sia così elevato da essere comprensibile a pochi. altro fattore comune, riguardo al mio futuro, è la sua "virtualità", il fatto di considerarlo sempre come qualcosa di talmente lontano da sembrare apocalittico. mentre invece è già qui, a due passi. mi bussa già sulle spalle. mi appare ogni giorno, sotto forma di stimoli e risorse e immagini e persone che io, per pigrizia, non voglio cogliere. preferendo sempre, a qualsiasi cosa, il comodissimo "domani si vedrà". impersonale anche nella forma verbale. espressione però di un disimpegno figlio della paura di essere, o meglio di fare; a cui da sempre è legata la possibilità di sbagliare. che una persona chiusa e orgogliosa, ma anche insicura, come me, rifiuta categoricamente.
e dico tutto ciò non per piangermi addosso, ma perché lo sento. dentro. sempre più spesso.
vampate di volontà, onde improvvise, che s’infrangono subito sugli scogli dell’impegno, ergo della fatica. mentre me ne sto lì fermo, immobile per mia volontà, altri agiscono si muovono fanno. io cosa faccio? li schernisco. o meglio li invidio. anche se non fanno nient’altro che essere uomini. veri. e neppure i passati errori sono d’aiuto per svegliarmi. fino a quando durerà il mio letargo? fino a quando lascerò che sia il tempo che scorre a decidere per me?
 
buonanotte
che la notte porti a tutti consiglio
e incubi tremendi a chi se li merita
P.S. grazie alle mie coscienze critiche (cioè chi mi ha dato dell’infantile e chi, proprio stasera, mi parlava di ermeneutica): brinderò a voi presto!
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3 pensieri su “ermeneutica di mé stesso. ovvero auto-ermeneutica (?)

  1. ecco la verità: ******* **** **** ***** ** **** ****
     
    and to the man who would be king i’ll just say only one thing: lalla llallala lallala la la la llalla
     
    te capit?
     
    bella

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