Salone del Libro? Figata fotonica!

Non ero mai stato al Salone del Libro di Torino prima di sabato 11 maggio 2012. La “colpa” era del calendario: io ci smaniavo, ci morivo dietro, ma compio gli anni l’8 maggio e quindi il weekend del Salone coincideva sempre con i miei festeggiamenti. Di solito talmente alcoolici da farmi passare la voglia del viaggio. Finalmente, in questo 2012 ricco già di un sacco di eventi da ricordare, ho toccato per la prima volta il suolo del Lingotto.

La giornata di per sé metteva felicità: sembrava luglio, finalmente. Aggiungendo al sole la destinazione libresca, la mia felicità raggiungeva vette notevoli. Preso il treno, presa la metro, preso il biglietto d’ingresso, finalmente mi si sono spalancate le porte di questo Paradiso terrestre fatto di carta, di pagine e di stand. Presumo che un po’ mi brillassero gli occhi, non so; ma le pulsazioni hanno un po’ accelerato quando sono entrato.

Il primo pensiero è stato: è immenso. Un’intera Fiera (leggi: una decina di campi da calcio) tutta di libri: spettacolo. Ho dovuto faticare un po’ per ricordarmi che avevo un percorso che mi ero prefissato, cartina alla mano, tra i vari stand: è bastato un attimo di distrazione, scorgendo tra i millemila cartelli messi sopra gli stand la F rossa di Feltrinelli, per farmi sbarellare. Come ipnotizzato, mi sono lasciato guidare solo dai nomi che leggevo: grandi o piccoli, erano tutti editori. Sgolosavo. In qualsiasi stand entrassi, poi, montagne di libri: collane complete (cosa che non si trova MAI!), edizioni nuove confrontate con le vecchie, file di copertine accomunate dalla stessa tonalità di colore oltre che dalla stessa sigla. Il Paradiso, mi son detto, dev’essere qualcosa di molto simile.

E comunque ci sono andato anche per cercare fortuna, che spero tanto arrivi.

E, nonostante l’editoria sia in totale crisi, ho visto tantissima gente che comprava (anche parecchio): un buon auspicio.

Ticket

 

 

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Dottore

Non scrivo per tirarmela, non sono il tipo; scrivo per personale soddisfazione.

Perché il 16 aprile mi sono laureato-laureato (sono diventato quello che definiscono “Dottore Magistrale”) con 110 e lode ed è stata un’esperienza bellissima, una giornata stupenda, un’emozione indimenticabile. È stato stupendo vedere quasi 7 anni complessivi di studi, e soprattutto uno intero speso a correre dietro a libri e dattiloscritti, coagularsi nella voce del presidente di commissione che mi ha proclamato. È stato come essere investiti di caldo e di relax, è stato avere la consapevolezza di vedere riconosciuto quello che valgo, è stato perfetto. Tutto. Anche il tempo, che più che aprile sembrava gennaio in Alaska.

E poi vedere tutte le persone a cui voglio più bene lì, per me, per festeggiarmi vestendomi da donna. Sentire la corona d’alloro in testa, urlare, essere sollevati. Ricevere dei regali magnifici. Assaporare tante consapevolezze. Piangere di commozione. Ringraziare tutti dal profondo del cuore.

Da domani inizia una nuova era, si svolta di brutto. Ma per un po’ questa gioia va assaporata, gustata e conservata per i momenti brutti. Perché adesso sono un dottore, rigorosamente del buco del cül, e comincio a sapere quello che valgo e a camminare su una strada che sarà sempre più mia.

Copertina mia tesi

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5 x mille

Reblogged from ScazzoLibero:

In mezzo a ladri e zoccole, salviamo almeno quel poco di tasse che ancora possiamo decidere dove destinare e che non finiscono nei diplomi di una pesce lesso o nelle ville di ignoti politici visti o sentiti una volta. Datelo a chi si fa il culo, datelo a chi si impegna seriamente e cerca un futuro sostenibile, datelo a chi ha tutte le capacità per stare al mondo ed è in grado di superare la maturità senza ritentarla otto volte e senza comprarla grazie al padre.

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Lo ha scritto Clèr (http://nuovoscazzolibero.wordpress.com). Ed è un gran post: ricordatevelo!!!

generAzione rivista è sempre più ‘tanta roba’

Fine marzo ed inizio aprile densi di promozioni per generAzione rivista, che si fa in due per i suoi lettori.

È appena uscito il XIX numero della rivista, dedicato all’ALTROVE. Che cosa intendiamo per ‘altrove’? Sinceramente non l’abbiamo mai capito del tutto nemmeno noi, ma nonostante ciò abbiamo partorito (è stata la gravidanza più travagliata, finora) un ottimo numero. A partire da due fotografie astratte (di Andrea Checcucci), abbiamo descritto l’altrove: non definito, scavo di coscienza, assurdo; ma anche, più semplicemente, ciò che non è qui ora davanti a noi. Vi ho incuriositi? Beh, spero di sì.
Il numero, come sempre, è gratis e on line. Potete leggerlo e scaricarlo e farne quel che volete (sempre rispettando la nostra licenza CreativeCommons) dal nostro archivio PDF oppure da ISSUU. Se non riuscite a leggerlo ma volete farlo, scrivete a generazione@generazionerivista.com o lasciate un commento qui e sarete accontentati.

La seconda iniziativa, che durerà dall’1 al 15 aprile ma che è già aperta, si chiama #parliamodilibri. Oggi siamo sommersi dai libri (ne escono in media 161 al giorno): ma cosa sono? Di cosa parlano? Dovrebbero essere tutti digitali o restare così? Per cercare di rispondere a queste domande, o di fare un po’ il punto sulla situazione, vogliamo coinvolgere quanti più ‘esperti’ (editori, librai, riviste, fanzine, litblog, blogger, lettori, librodipendenti, ecc.) possibile e mandarli sul profilo Twitter di generAzione (http://www.twitter.com/genrivista) perché ci dicano “di cosa parliamo quando parliamo di libri?”. Dopo il 15 aprile, selezioneremo le risposte migliori (che intanto potete trovare su Storify) per farle diventare un libretto (edito da Cattedrale Libri di Ancona) che sarà presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino (10-14 maggio 2012). Quindi non fate i timidi, andate su Twitter e diteci cosa sono oggi sti libri che ci affollano casa (se non avete Twitter ma volete partecipare ugualmente, scrivetelo a generazione@generazionerivista.com oppure sulla nostra fanpage Facebook, sempre aggiungengo l’hashtag #parliamodilibri).

Bene, per ora è tutto. Amateci come noi amiamo voi.
Buona lettura e buona primavera.

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Chissà, chissà domani

L’infarto, dicono i fatalisti come tanti dalle mie parti, è la morte più bella perché “non soffri”. E sì, può anche essere che sia meglio così che mangiati da un tumore, però arriva così all’improvviso che non ti lascia il tempo neanche di pensarci.

Chissà, Lucio, quante canzoni hai lasciato incompiute − scritte a metà sul pentagramma, con l’inchiostro ancora fresco che magari negli angoli si è sbiadito −; chissà a cosa pensavi, quando è successo. Basta un istante, ed è tutto finito: e non ci si può fare niente.

Ciao!

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